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ROBERTO
FRINI
Nemesi
Dopo che il romanzo “Il nero nella mente” era stato
pubblicato ed aveva riscosso un clamoroso successo, Carlo s’era
sentito un po’ a disagio. Raggiungere la fama con la vicenda di
un assassino che uccide delle povere ragazze indifese non lo
rendeva particolarmente orgoglioso. Però sapeva anche che aveva
faticato tanto prima del successo e che, anzi, il successo era
arrivato proprio quando ormai disperava di poter diventare davvero
uno scrittore e, soprattutto, di poter guadagnare con la
scrittura. Certo, avrebbe potuto cambiare genere, inventarsi
qualcosa di diverso, ma il suo editore gli aveva già prospettato
un contratto allettante se scriveva altri romanzi simili. Poteva
forse rinunciarvi? Aveva una moglie e una figlia, dopotutto, e
doveva pensare anche a loro.
Per cui una mattina, alle sei, s’era messo come al solito
davanti al computer e, con una mezza idea in testa che già
prendeva forma, aveva battuto per prima cosa il titolo.
*
Per la trama del nuovo romanzo s’era ispirato a un fatto
realmente accaduto. Un giovane giardiniere, represso dalla madre
possessiva, aveva violentato con il manico delle cesoie e poi
sventrato e ucciso sei ragazze. A tradirlo era stato il petalo di
una rosa trovato nella vagina martoriata di una vittima. Per
questo motivo il giovane era stato soprannominato Stuprarose.
Condannato all’ergastolo, all’età di trentasei anni era
riuscito ad evadere e per prima cosa aveva violentato e ucciso
un’altra ragazza. Poi era tornato a casa ma siccome la madre non
l’aveva accolto come s’aspettava, aveva ucciso anche lei. Dopo
qualche giorno s’era consegnato alle autorità perché fuori dal
carcere, a parte uccidere ragazze, non sapeva cos’altro fare. La
vicenda, tanto fosca e sanguinosa e aberrante, sembrava fatta
apposta per diventare un romanzo dell’orrore. Carlo la prese, la
rimaneggiò, cambiò i nomi e scrisse un libro di trecento pagine
che s’intitolava “Petalo di rosa”, che uscì sei mesi dopo e
che salì subito in vetta alla classifica dei più venduti,
nonostante fosse piuttosto simile al precedente (o forse proprio
per questo).
Naturalmente in molti riconobbero la vicenda di Stuprarose e
Carlo non poté negare, quando lo intervistarono, che s’era
effettivamente ispirato ad essa. Nessuno si sognò di criticarlo
per questo, tantomeno Stuprarose, che era morto in carcere proprio
mentre lui concludeva il romanzo. Eppure Carlo provava una strana
inquietudine, e continuava a dirsi che non aveva fatto la cosa
giusta. Ogni volta che si trovava in giro o, peggio ancora, a uno
dei tanti incontri organizzati per presentare il libro, e vedeva
la copertina, con l’immagine terribile di un volto di ragazzina
che urlava, e poi il titolo e il suo nome a caratteri cubitali,
finiva inevitabilmente per essere scosso da un brivido, che
cresceva a dismisura quando volgeva lo sguardo intorno e guardava
le innumerevoli persone (i suoi ammiratori) presenti. Le persone
che avrebbero letto il libro erano migliaia, e Carlo non poteva
fare a meno di chiedersi quale avrebbe potuto essere la reazione
di ciascuna di quelle persone. Fissava uno a uno i suoi lettori,
ed era come se dentro di sé presagisse un accadimento terribile
che avrebbe sconvolto la sua vita.
Era come se avvertisse la presenza di qualcuno che, da qualche
parte, stava leggendo “Petalo di rosa” e non gradiva per nulla
ciò che aveva scritto.
*
La moglie di Carlo, Francesca, non era in linea di principio
contraria alle storie che lui raccontava, e anche se lo fosse
stata non gli avrebbe mai detto di smettere di scriverle. Essere
la moglie di un romanziere famoso era piacevole, tanto più che
quando si erano conosciuti aveva subito condiviso con lui la
speranza del successo letterario, ne aveva incoraggiato gli sforzi
e stemperato le delusioni. Nel momento in cui Carlo era riuscito a
far pubblicare il suo thriller “Il nero nella mente”,
completamente diverso da ciò che aveva scritto sino ad allora,
Francesca non aveva potuto che essere contenta. Anche se leggendo
quella storia truce s’era sentita un po’ scossa, l’idea che
tanti lettori fossero entusiasti aveva cancellato ogni sorta di
dubbio.
Certo, ogni tanto la sfiorava il pensiero per nulla piacevole
che Arianna, la loro unica figlia, era ormai una ragazzina,
un’adolescente come quelle che l’assassino cieco di “Il nero
nella mente” uccideva. Come quelle che il protagonista
Stuprarose violentava e sventrava. Ma cercava di scacciarlo
convincendosi che suo marito non c’entrava nulla con ciò che
purtroppo accadeva nella realtà, con la morte e gli omicidi veri.
Non era colpa sua se esistevano gli assassini e gli stupratori,
lui si limitava a prendere delle vicende e a trasformarle in
finzione. Se Carlo s’era ispirato a dei fatti realmente
accaduti, significava che quei fatti erano già accaduti,
indipendentemente dall’opera di un qualsivoglia scrittore.
*
Il successo di “Il Petalo rosa” fu addirittura
straordinario, tanto che ne fu tratto un film, il cui titolo
riprendeva una frase che l’assassino ripeteva spesso nel corso
della vicenda: basta che respiri. Carlo collaborò alla
sceneggiatura ma, quando vide il film, ne fu sconvolto. Ciò che
aveva scritto gli parve ancora più terribile, e ancora più
terribile fu scoprire che una delle ragazzine vittima del maniaco
somigliava in maniera incredibile ad Arianna. Decise che avrebbe
smesso una volta per tutte di scrivere romanzi di quel genere. Ma
il direttore della casa editrice non era dello stesso parere.
“Abbiamo venduto quasi due milioni di copie del romanzo. E in
ogni parte del mondo lo vogliono. Sarebbe illogico smettere
proprio adesso. Si renda conto che centinaia di scrittori
farebbero carte false per poter prendere il suo posto. E lei
butterebbe via una fortuna così? Capisco i suoi dubbi, ma ogni
artista ha dei dubbi, però mi permetta, se ha scritto dei romanzi
così belli vuol dire che la sua creatività spinge in questa
direzione.”
Probabilmente era vero. E poi Carlo pensò che lui non era
l’unico scrittore al mondo che realizzava romanzi con storie
così atroci. Si giustificò pensando che lo storie atroci
esistono, punto e basta, e lo scrittore non fa altro che
immortalarle. Insomma, cercò ogni tipo di giustificazione per
poter continuare a scrivere, perché scrivere era la sua vita, e
scrivere quel genere di storie gli riusciva particolarmente
facile.
Si ripromise però di rendere più netta la distinzione tra il
bene e il male, tra l’assassino e chi gli dava la caccia. Sì,
questo è il punto, si disse. Non confondere mai il bene con il
male. Se ci riuscirò, se riuscirò a far sì che l’assassino
risulti un malvagio da distruggere, allora forse la mia opera
potrebbe anche avere una ragione d’essere.
Cercava uno spunto per il nuovo romanzo, e s’imbatté
nell’articolo di un quotidiano, che riportava il barbaro
omicidio di una tredicenne ad opera di tre coetanei. Il fatto non
era recente, e Carlo non poté capire il motivo per cui era stato
pubblicato l’articolo, poiché un quarto della pagina era
strappato, e all’articolo in questione mancava proprio la parte
finale. Ma capirlo non era poi così importante. La vicenda
l’aveva colpito subito, pur nella brevità del racconto di
quell’articolo mutilato, e non aveva sentito nemmeno il bisogno
di fare delle ricerche, di saperne di più. Ogni particolare della
storia s’era delineato ben chiaro nella sua mente, i personaggi
avevano acquisito lo spessore necessario sin dal primo momento in
cui aveva pensato ad essi.
Fin troppo spessore. In certi momenti, mentre scriveva gli
sembrava di vedere quei tre ragazzini che, chiusi nella camera di
uno di loro, progettavano in ogni minimo particolare lo stupro e
l’omicidio della compagna di classe, mentre i genitori credevano
che facessero i compiti o che al massimo stessero giocando con la
Playstation. Erano tre ragazzini normali, lui li descriveva come
ragazzini normali, raccontando la piatta quotidianità della vita
di quella cittadina di provincia. Eppure erano terribili, forse
distorti dal suo fervore creativo. Una parte di lui continuava
insistentemente a pensare che avrebbe dovuto smettere di scrivere,
perché quel romanzo stava venendo bene, terribilmente bene,
meglio di qualsiasi altro romanzo che avesse mai scritto.
Meglio di qualsiasi altro romanzo di un qualsiasi altro
scrittore del terrore. E lo spaventava, gli pareva di aveva a che
fare con qualcosa di estremamente pericoloso.
Nonostante ciò continuò, e in poco più di due mesi, nei
quali era uscito di casa sì e no tre volte, arrivò a scrivere la
parola fine. Come al solito, lo fece leggere alla moglie.
Francesca gli ridiede il dattiloscritto con lo sguardo allibito e
una traccia di lacrime sulle guance. “È bellissimo,” gli
disse, con un filo di voce. “Bellissimo e … terribile.”
Lui chinò il capo. “Lo so.” Avrebbe voluto aggiungere
altro, ma non ci riuscì. Intuiva ciò che stava pensando
Francesca, perché era la stessa cosa che stava pensando lui.
Quella ragazzina avrebbe potuto essere la loro Arianna. Si alzò e
senza dire nulla abbracciò sua moglie. Lei si lasciò andare e
pianse. “Ti giuro che è l’ultima volta che scrivo un romanzo
del genere.”
“Lo dici sempre.”
“Questa volta non cambierò idea. Possono offrirmi tutti i
soldi che vogliono.”
*
Se anche Carlo avesse voluto cambiare idea, la terribile
esperienza che visse qualche mese dopo gli fece passare
definitivamente la voglia di scrivere storie del terrore. Una sera
era seduto nel suo studio e stava leggendo “Il sosia”, quando
sentì suonare il campanello. Andò ad aprire pensando che si
trattasse di Marco, l’amico del cuore (o forse qualcosa di più)
di Arianna. Lei e Francesca erano uscite e la figlia gli aveva
detto di intrattenere Marco se fosse arrivato prima che
tornassero. Invece si trovò davanti una donna con i capelli grigi
e scarmigliati, che dava l’impressione d’essere invecchiata
prima del tempo.
“Posso entrare?”
“Cosa vuole?” le chiese un po’ bruscamente Carlo.
La donna, invece di rispondere, gli si buttò contro,
spingendolo dentro. “Voglio parlare con lei. Non è forse un
famoso scrittore?”
“Sì, ma …”
“Non è forse lei che ha scritto <Gli innocenti>?”
“Certo, sono io.”
La donna tirò fuori dalla tasca dell’impermeabile bagnato
una rivoltella e gliela puntò contro. “Io invece … sa chi
sono io?”
“No.”
“Sono la madre di Alice. Sa chi è Alice?”
Carlo non disse nulla.
“Alice è la bambina che quei tre bastardi uccisero qualche
anno fa.”
“Io … io non capisco.”
La donna alzò la voce. “Capisce benissimo, invece. Si è
ispirato a quel delitto, no?, per scrivere il suo … romanzo.”
Carlo cercò di indietreggiare, ma la donna tese il braccio e
puntò meglio la canna della rivoltella. “Stia fermo. Tanto non
può fuggire. L’ammazzerò come un cane, perché questo è
quello che merita. Lei non è meglio di quei tre. Che razza di
uomo è un uomo che diventa famoso, che si arricchisce sulla morte
di una ragazzina? Un uomo così non merita di vivere.”
“Io sono soltanto uno scrittore.”
“Uno scrittore, certo. Ha mai pensato al dolore che può
provare una madre quando le viene uccisa l’unica figlia? Ha mai
pensato a questo prima di scrivere quella spazzatura che lei
chiama romanzo?”
Carlo avrebbe voluto rispondere che ci aveva pensato, che ci
aveva pensato eccome. Ma non trovò il coraggio, perché gli
sembrò che dire una cosa simile avrebbe aggravato la sua
situazione.
“Morirai, e moriranno tutti quelli che come te
s’arricchiscono sulla morte degli innocenti.”
Carlo vide gli occhi della donna fissarlo con odio, e le dita
stringere spasmodicamente la rivoltella. Stava per sparare quando
dall’ingresso dell’appartamento si udì provenire un rumore di
passi. La donna si voltò, e Carlo ne approfittò per nascondersi
dietro la parete. Due carabinieri irruppero nell’appartamento e
immobilizzarono la donna. Il tenente spiegò poi a Carlo che la
donna era fuggita qualche giorno prima dalla clinica psichiatrica
dov’era ricoverata dopo la morte della figlia.
Ecco cosa doveva esserci scritto nella parte mancante
dell’articolo, pensò Carlo.
Parlando con i medici e con altri ricoverati, proseguì il
tenente, avevano scoperto che la donna aveva manifestato
l’intenzione di ucciderlo. E quindi avevano tenuto sotto
controllo il palazzo.
Carlo non disse che forse avrebbero potuto arrestarla prima,
risparmiandogli quello spavento. Non lo disse perché, in fondo,
sentiva che se l’era meritato.
Da quel giorno smise di scrivere romanzi del terrore e si
dedicò alle storie per l’infanzia, così da poter allietare le
giornate di tanti innocenti.
Questo
racconto non può essere pubblicato senza il consenso espresso
dell’Autore.
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