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LUIGI
RISOLO
Il
Passaggio
Non
sapeva perché avesse accettato il passaggio dallo sconosciuto. In
ogni caso, ora che si trovava nell’abitacolo dell’automobile
al fianco di quell’uomo così distinto, tutto quello che poteva
fare era sperare che quell’apparente disinteressata gentilezza
fosse reale.
-
Mezz’ora e sarai a casa. Mi spiace ma il tempo è davvero
pessimo, non posso andare più veloce di così.
Helen
si affrettò a spiegargli che non c’era alcun problema, che era
stato gentilissimo e che, comunque, col treno avrebbe fatto ancora
più tardi.
Intanto
la pioggia, che nel corso della giornata era caduta
incessantemente, si tramutò nel volgere di breve tempo in una
vera e propria tormenta di neve. Helen pensò che se fosse
continuato a nevicare in quel modo non avrebbero potuto procedere
oltre . Il pensiero di rimanere bloccata con lo sconosciuto all’interno
della vettura le fece gelare il sangue nelle vene, nondimeno una
parte di lei cominciava a desiderare quell’eventualità. Si
vergognò con sé stessa per l’assurdo desiderio, eppure sempre
più si sentiva affascinata dalla gentilezza dei suoi modi..
Impugnava
il cambio delle marce con dita sottili e nodose, che spesso
portava alla testa per accarezzare il nero corvino dei capelli. L’altra
mano, poggiata sul volante, reggeva una sigaretta dalla quale
aspirava generose boccate di fumo. Il suo profilo era
assolutamente perfetto, ed Helen pensò che neppure il più abile
degli scultori dell’antica Grecia avrebbe potuto concepire una
simile geometria ed armonia di linee. Avrebbe voluto assaggiare la
morbidezza delle sue labbra con baci caldi e profondi e guidargli
le mani su ogni centimetro della sua pelle. A distoglierla da quei
pensieri fu la voce stessa dello sconosciuto.
-
Sono mortificato, ma non vedo come possiamo andare avanti. C’è
un motel al prossimo bivio, io mi fermo lì. Dovrebbe esserci un
telefono, così potrai chiedere ai tuoi genitori di passare a
prenderti appena il tempo migliora. Posso prenotarti una stanza se
vuoi.
Helen
non vide motivo per rifiutare l’offerta dell’uomo che, anzi,
la riempì di gioia ed eccitazione.
Ma
il motel in verità la deluse, e per un attimo si rimproverò di
essere stata così spregiudicata ed incosciente. Non era altro che
una vecchia casa che qualcuno aveva deciso di trasformare nel più
miserevole degli alloggi. Una volta entrati li avvicinò un
piccolo uomo strabico e dall’incerta andatura che si presentò
come Jeff. Li informò che al momento una sola stanza era
disponibile. Lo sconosciuto disse ad Helen che poteva occuparla
lei, lui sarebbe rimasto lì con Jeff ad ammazzare il tempo
dialogando del più e del meno e bevendo un po’ di birra, sempre
che i suoi genitori le permettessero di trascorrere la notte
fuori.
Ai
genitori Helen disse di essere rimasta a casa di Christie .
Promise loro di tornare l’indomani appena le condizioni del
tempo lo avrebbero consentito. Nonostante avesse avuto l’impressione
che la sua bugia fosse stata ascoltata dallo sconosciuto, questi
sembrò non essere affatto turbato dalla situazione, e la
accompagnò nella stanza scusandosi con lei per non essere
riuscito a trovare un alloggio migliore. Giunti sulla soglia della
porta Helen, certa che nessuna proposta sarebbe arrivata dallo
sconosciuto, fece appello a tutta la sua maliziosa disinvoltura
per invitarlo a trascorrere la notte con lei. Lo sconosciuto, non
senza imbarazzo, la ringraziò e girò la chiave nella serratura.
La
stanza era addirittura più sudicia e misera di quanto non fosse
il motel all’esterno. Al centro di essa vi era un letto
matrimoniale che, con una scrivania ed uno specchio opaco, ne
costituiva lo spartano arredamento. Lo sconosciuto appoggiò la
ventiquattrore sulla scrivania e si scusò con Helen per non
essersi ancora presentato. Disse di chiamarsi Clive, e sorrise
alle sue stesse parole dicendole che era ormai disabituato a
presentarsi in maniera così informale, per tutti infatti era il
dottor Baker.
-
Che specie di dottore?
-
Cardiochirurgo. E’ un lavoro pesante ma dà tante soddisfazioni.
Avrei voluto fare l’avvocato, ma sai, mio padre è medico, così
come mio nonno e tutti i miei avi dei quali si ha conoscenza. Ho
dovuto assecondare la tradizione di famiglia. Tu invece? Direi che
studi, ma cosa?
-
Io? Sì, studio. Liceo classico. Ma un domani mi piacerebbe
suonare il basso in una rock band.
-
Ah, il rock! Lo amo, credimi. Lo ascolto da quando ero adolescente
ma ancora ho i brividi quando sento una chitarra distorta!
E
così, dopo che ebbero parlato per circa un’ora dei loro gusti
in tema di musica e letteratura, il dottor Baker le confessò di
essere stanco e di aver bisogno di riposare. Nessuno dei due
sembrò imbarazzato dal fatto di dover condividere il letto. Il
dottor Baker si recò in bagno sbadigliando, per uscirne soltanto
una decina di minuti dopo correndo a piedi nudi verso il letto, ed
imprecando per quanto fosse gelido il pavimento. Giunto sul letto
strinse a sé il corpo di Helen ed iniziò a baciarla. Helen si
arrese al suo abbraccio e con le mani cercò la cintura dei
pantaloni. Trovatala, la sfilò con un ardore che la sorprese. Una
volta liberata la maestosa erezione dagli slip la accolse tra le
sue labbra e cominciò a suggere senza posa. Quindi fece scivolare
il membro fuori dalla sua bocca e prese a spogliarsi. Con un
sorriso di compiacimento il dottor Baker la vide sfilarsi di dosso
il maglione e la lunga gonna : aveva un corpo esile e pallido, sul
quale risaltavano il nero del pube ed una grossa cicatrice all’altezza
del ginocchio.
-
Come te la sei procurata quella? – chiese il dottore indicando
la cicatrice.
-
Ah, niente di ché. Qualche anno fa sono caduta dal motorino e
adesso mi porto dietro questo ricordo.
-
Anch’io un tempo caddi. Fu un precipitare così violento che l’intera
terra ne fu scossa. Nelle sue viscere si aprì un’immensa
voragine. Tu riderai dell’accaduto, ma è andata proprio così.
Ad
Helen l’assurdo aneddoto ricordò quanto scritto da Dante nella
Divina Commedia, ed il suo stupore si tramutò in panico quando la
voce del dottore, che intanto era divenuta sempre più stridula e
fastidiosa, prese a narrare di un luogo sublime e remoto dal quale
fu allontanato per la sua vanità.
-
Avanti, smettila! Mi stai facendo paura Clive, basta adesso!
Helen
si strofinò con violenza gli occhi, ché quello che vedeva non
poteva essere reale: il dottore aveva zampe da caprone!
-
Helen - sospirò il demone- benvenuta nella mia dimora. Ti
troverai benissimo. Qui imparerai la poesia del perpetuo tormento.
Guarda - le disse indicando le pareti- non sono stupendi?
Come
aveva fatto a non rendersene conto prima? Le pareti altro non
erano che corpi cuciti gli uni agli altri con folle e chirurgica
precisione.
-
Sono i dannati Helen. Sono tuoi simili, vuoi unirti a loro?
Il
demone la raggiunse con un balzo e le afferrò con violenza le
braccia. Helen era come ipnotizzata, e non oppose resistenza
quando lui la penetrò con il suo enorme membro. Sentiva lo sperma
insinuarsi tra le pieghe più riposte del ventre e scivolarle tra
le cosce. Dopo averla posseduta il demone la lasciò sola nella
stanza. Gli occhi dei dannati la scrutavano con avidità, e non
avrebbe potuto essere altrimenti visto che a tutti erano state
strappate le palpebre. Intanto il suo nome era come sussurrato da
una voce lontana. No, non era proprio il suo nome , ma era
comunque sicura che qualcuno la stesse chiamando.
Signorina,
signorina?
Helen
si destò di colpo, e ringraziò il signore alla vista dell’abitacolo
della vettura dello sconosciuto.
-
Forse la neve ha un effetto soporifero su di lei. Mi spiace ma ho
dovuta svegliarla: penso sia giunta a casa.
-
Mi scusi, mi sono addormentata. Grazie mille.
Lo
sconosciuto la vide scendere dalla vettura ed allontanarsi verso
un’indistinta direzione, quindi premette lo zoccolo sull’acceleratore.
Questo
racconto non può essere pubblicato senza il consenso espresso
dell’Autore.
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