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GIUSEPPE
COSTANTINO BUDETTA
Il
Teschio
Nel
1846 il Giornale del Regno delle due Sicilie pubblicò la notizia
della scomparsa del marchese Leopoldo Santacroce, morto all’età
di trent’anni. L’articoletto descrisse i solenni funerali in
Santa Chiara. Il rapporto del commissariato specificò che il
Santacroce era precipitato in mare inciampando sul teschio di un
cadavere ivi portato dalle acque torrenziali insieme ad altro
ossame proveniente dalla prospiciente grotta del Chiavicone. Il
rapporto della polizia ammise un particolare importante: il
teschio apparteneva a persona giovane perché aveva tutti i denti
intatti tranne un incisivo troncato a metà. Dalla circonferenza
della scatola cranica poteva dedursi essere di donna. Un
commissario più acuto avrebbe facilmente rapportato il teschio
con dente spezzato alla scomparsa di una l’anno prima.
All’epoca dei fatti testimonianze accurate e dicerie non
mancarono. Può essere che la polizia non indagò oltre per
evitare di compromettere il ricordo del marchese morto in modo
tragico. Né la polizia tenne conto di testimoni che videro il
marchese buttarsi in mare urlando stralunato come un pazzo. Adesso
è facile ricucire i fili di quella vicenda oscura.
Nel 1845 il marchese s’invaghì di una giovane ventenne
sfortunata e povera di nome Giulia. Era figlia di un certo Rocco
Damiano finito in carcere perché in un momento d’ira aveva
ammazzato la moglie con un colpo d’ascia. Toccò a Giulia
mantenere le due sorelline ed il fratellino rimasti soli. Fu
operaia in uno dei capannoni del marchese in Via Medina. La
ragazza era cucitrice insieme con una ventina di coetanee. Come le
altre operaie era diretta da una sarta di professione, madama
Durso. Giulia ricuciva i pezzi di stoffa ritagliati da madama. La
ragazza era alta e ben fatta. Aveva solo un dente rotto in bocca.
Anni prima dei monelli le avevano lanciato pietre e reciso a metà
uno degli incisivi. Il marchese Leopoldo la notò lavorare e
s’infiammò per lei. Giulia per necessità o perché non si
poté sottrarre, fu amante del marchese. Dopo alcuni mesi era
incinta. La poveretta non poteva nascondere il fatto ai parenti e
non sapeva come fare. Il marchese strasvolto la uccise e di notte
buttò il cadavere nel Pertugio parte iniziale del Chiavicone, un
ampio condotto sotterraneo. Questo canalone passava sotto Via
Toledo e finiva a poca distanza dal mare in Via Chiaia
convogliando le acque dagli avvallamenti di Monte San Martino.
Lo
storico Carlo Celano riferisce che durante la peste del 1656 a
Napoli ci furono oltre duecentomila morti su una popolazione di
poco più di 400.000. Non si sapeva dove seppellire i cadaveri. I
becchini promettevano di dare sepoltura ai morti in un luogo sacro
e invece li buttavano nel Chiavicone. Nei secoli successivi il
canale fu usato come immondezzaio. D’estate in particolare,
miasmi melensi di morte emanava la forra piena di sorci.
Il
14 agosto 1846 ci fu a Napoli un terribile temporale. Piovve e
grandinò con tuoni e fulmini dal primo mattino. Si formò un
devastante torrente che s’incanalò nel Chiavicone dove trovò
ostruito il percorso al mare. La massa d’acqua fracassò le
pareti del condotto e penetrò nelle fondamenta delle case
prospicienti facendole crollare. Crollò anche il collegio di S.
Tommaso e l’antica costruzione del Monte dei Poveri Vergognosi.
La gran parte degli scheletri che il Chiavicone custodiva, si
riversò in strada e Via Toledo ne fu piena. Dopo il temporale che
cessò verso il pomeriggio, alcune carrozze transitanti per quella
via non poterono evitare di passare su carcasse e scheletri umani.
Il marchese Lorenzo Santacroce andava dalle parti di Via Chiaia a
vedere come stava sua madre. Il cocchiere fermò la carrozza
perché doveva rimuovere uno di quei cadaveri espulsi dal
Chiavicone. Scese chissà perché anche il marchese che si trovò
davanti ai piedi un teschio con resti di capelli e pelle. Il
teschio sembrava sorridergli con quei denti incisivi in bella
mostra. Egli vide subito l’incisivo tronco e fu stravolto.
Urlando si gettò in mare.
Nel
1890 un prete discendente del marchese fece pubblicare a proprie
spese il diario dell’avo in cui era descritto l’infame delitto
di Giulia Damiani. Il marchese Leonardo Santacroce scrisse il
diario forse per mettere a tacere la coscienza ed il prete volle
far luce su tanta infamia.
Questo
racconto non può essere pubblicato senza il consenso espresso
dell’Autore.
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