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H. P. Lovecraft – Tutti i racconti 1897-1922
Edito da MondadoriColl. Oscar Varia – pag. 419

Weird, ovvero strano, bizzarro, ma anche misterioso, arcano, soprannaturale. E’ forse questa l’essenza della poetica di H. P. Lovecraft, autore di culto per ogni appassionato di quella mescolanza fra horror e fantastico che ha fatto grande E. A. Poe, colui che il Solitario di Providence considerava come il primo fra i propri maestri.
I racconti di Lovecraft sono innanzi tutto racconti d’immaginazione, sono l’opera di un sognatore, un visionario che, partendo da un moto di rivolta contro il mondo prosaico che lo circonda, arriva a toccare vette assolute nel campo del fantastico.
La raccolta in quattro volumi curata da Giuseppe Lippi per Mondadori nasce con lo scopo di fornire al pubblico italiano una nuova traduzione di tutta la narrativa esistente dello scrittore di Providence. I racconti sono elencati in ordine strettamente cronologico e per ognuno “è dato conto della storia testuale e della base su cui è stata condotta la traduzione”.
Il primo volume raccoglie gli scritti che videro la luce fra il 1897 e il 1922. E’ diviso in tre parti: nella prima vengono proposti tutti i racconti del periodo maturo, nella seconda i racconti giovanili e nella terza quelli scritti in collaborazione.
E’ il 1917 quando HPL, fallito il tentativo di arruolarsi nella Guardia Nazionale e riformato alla visita di leva, riprende a scrivere dopo un lungo silenzio.
Così, nove anni dopo The Alchemist, l’ultimo dei suoi racconti “giovanili”, nascono The Tomb, Dagon e Polaris, tre racconti brevi in cui però è riscontrabile il germe che darà vita a gran parte della produzione Lovcraftiana di questo periodo ed oltre.
Attraverso le pagine di The Tomb prendono vita le memorie di Jervas Dudley, “visionario e sognatore”, relative alla vicenda che ha portato al suo internamento in manicomio. Oggetto dell’intero racconto è quel rapporto esclusivo con il mondo dei morti instaurato dal protagonista a seguito del macabro ritrovamento di una cripta socchiusa, la tomba dell’antica e folle famiglia Hyde. Con il signor Dudley Lovecraft crea il primo di una lunga serie di alter ego, ma soprattutto partorisce la figura dell’outsider, un personaggio estraneo alla vita comune che si aggira su questa terra quasi fosse un intruso, alla ricerca di una via verso un mondo alternativo, una dimensione onirica in cui sperimentare un “altro ordine di felicità” che non esiste nel mondo reale.
Jervas Dudley è alla ricerca della chiave che schiuda la porta verso questa dimensione, così come lo è Randolph Carter, forse il più famoso esempio di outsider Lovcraftiano. Protagonista negli anni a venire del celebre racconto lungo The Dream-Quest of Unknown Kadath (1926-27), lo incontriamo per la prima volta fra le pagine di questo volume come voce narrante in The Statement of Randolph Carter (1919).
Degli outsider del tutto singolari sono anche il derelitto dei monti Catskill in Beyond the Wall of Sleep (1919), il giovane musico attorno a cui ruota la malinconica vicenda di The Quest of Iranon (1921) e naturalmente il protagonista di The Outsider (1921).
In particolare in quest’ultimo racconto emerge per la seconda volta (dopo Facts Concerning the Late Arthur Jermyn and his Family del 1920) la tematica della deformità che riflette i terribili complessi che HPL aveva circa il suo aspetto a causa del nefasto influsso materno.
Dagon (da cui l’ultimo film ispirato a HPL firmato S. Gordon nel 2001) vede la luce un mese dopo The Tomb ed è proprio in questo racconto dalle atmosfere allucinate ed inquietanti che emergono i primi elementi costitutivi del futuro ciclo di Cthulhu, nel quale si concentrano i risultati più sorprendenti dell’immaginazione del Solitario di Providence.
L’idea di un cosmo totalmente ostile e minaccioso, sostrato dei miti di Cthulhu, prende corpo prepotentemente tre anni dopo con From Beyond (1920) (da cui “l’irriverente” film omonimo firmato ancora una volta S. Gordon nel 1986) e nell’anno successivo con The Music of Erich Zann.
Del 1920 è invece Nyarlathotep, deificazione del “caos strisciante”, messaggero di forze mostruose che si agitano al centro dell’universo, l’entità cosmica attraverso cui Lovecraft sembra preannunciare l’avvento di una nuova mitologia e dei Grandi Antichi.
The Nameless City dell’anno successivo introduce la figura del mitico Abdul Alhazred e del leggendario Necronomicon, il libro cui Sam Raimi riserverà un ruolo centrale nella trilogia aperta da La Casa nel 1983.
La figura dei Grandi Antichi intesi come entità cosmiche votate alla distruzione ritorna ancora in The Other Gods (1921), che chiarisce definitivamente il concetto secondo cui le religioni terrene non sono altro che una maschera tesa a coprire altre spaventose verità.
Il terzo racconto redatto nel 1917 è Polaris in cui fa la sua comparsa la città di Olathoë, la prima di una lunga serie di località di sogno facenti parte di quel mondo parallelo a cui HPL si dimostrerà molto più legato che a quello reale.
Proprio il sogno infatti, in questa prima fase della produzione HPL, costituisce il mezzo privilegiato per introdurre ed introdursi al fantastico. Esempi celebri in tal senso sono i racconti, più o meno ispirati allo stile di Lord Dunsany, The White Ship e The Doom that Came to Sarnath (1919), The Cats of Ulthar e Celephais (1920), oltre agli stessi The Quest of Iranon e The Other Gods citati in precedenza.
In seguito, Lovecraft scoprirà il processo inverso, quello cioè attraverso cui il fantastico si insinua nella vita di tutti i giorni, elaborando la mappa di quel tenebroso New England che farà da sfondo a molti fra i sui racconti più celebri. A tal proposito in questo volume prendono vita la piccola cittadina di Kingsport in The Terribile Old Man (1920), ma soprattutto la città di Arkham, seppur soltanto accennata, e la valle del Miskatonic in The Picture in the House (1920).
Altri racconti completano poi la panoramica su questi primi anni di attività, svelando aspetti sorprendenti del Solitario di Providence, fra cui la pungente ironia che trapela da Old bugs (1919) e The Temple (1920). Una menzione speciale fra tutti la merita il racconto Herbert West, Reanimator, da cui l’omonimo delirio cinematografico del 1985 ancora una volta firmato S. Gordon. Il racconto condivide con The Tomb un accento marcato sul tema della necrofilia, ma il protagonista Herbert West è un alter ego davvero insolito per il nostro Lovecraft: non si tratta infatti di un reietto, un outsider, ma di un vero e proprio “geniaccio del macabro”, “un automa intellettuale”, “impassibile” perfino di fronte alla fine più atroce.
Eccezion fatta per alcuni dei testi giovanili, ognuno dei racconti è scritto in uno stile scorrevole ed incredibilmente moderno, la traduzione regge bene e nel complesso emerge tutta la carica evocativa di uno dei maggiori scrittori del fantastico di ogni tempo. Caratteristica peculiare dello stile Lovcrafitiano è la voglia di inventare, di trascendere il mondo contingente, suggerendo la paura tramite allusioni più o meno velate ed invenzioni sorprendenti, senza mai eccedere nel macabro, né tanto meno nel truculento.
E’ un poeta Lovecraft, poeta dell’incubo e dell’inquietudine sottile che, come uno spiffero d’aria gelida, s’insinua poco a poco del lettore per strappargli un brivido sincero senza quasi che questi se ne accorga.

Si potrebbe scrivere all’infinito di questi racconti ma forse allora converrebbe leggerli direttamente senza perder tempo a consultare una recensione. Ed è proprio questo l’unico consiglio che posso darvi, se ancora questo primo volume della raccolta non campeggia trionfante nella vostra biblioteca. Spegnete il computer e correte in libreria.

 

 

Marco Zolin

 

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