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L'occhio
del male (tit. orig. Thinner) di Stephen King (alias Richard
Bachman)
edit.
Sperling Paperback - anno 1984 - pag. 336 - codice isbn
8882744302
Mi
ritrovo tra le mani il romanzo L'Occhio del Male, di Stephen
King, ma mi rendo subito conto che ho a che fare con un
romanzo molto strano. In effetti, la prima cosa che mi
colpisce è il titolo, anzi il doppio titolo: in fondo alla
copertina c'è un La Maledizione dello Zingaro che mi
disorienta. Non comprendo se al suo interno ci sono due
racconti o se si tratta di un titolo che è stato dato
successivamente al romanzo. E a ben vedere, se il romanzo è
firmato in grande da Stephen King, tra parentesi, una piccola
parentesi con un piccolo nome, c'è la firma di un'altra
persona, un certo Richard Bachman.
Chi è Richard Bachman? Evidentemente un alter ego di Stephen
King. Chi è Stephen King? Uno scrittore di cui parla il
protagonista William Halleck all'interno del romanzo stesso,
che allora, si capisce, deve per forza di cose essere stato
scritto da un altro scrittore, per l'appunto Bachman.
Apro la copertina e leggo il titolo del primo capitolo: 113.
Un numero, un numero che diminuisce di capitolo in capitolo
come un conto alla rovescia, che porta direttamente alla morte
di William Halleck, un uomo che per sbaglio ha messo sotto una
anziana zingara, spuntata per caso davanti alla sua macchina
mentre la moglie metteva in atto un servizietto inatteso.
Halleck viene processato, ma per le amicizie che ha, è subito
prosciolto per non aver commesso il fatto. All'uscita del
tribunale, un vecchissimo e bruttissimo zingaro lo accarezza
in volto, quel suo volto paffuto di un uomo che pesa per
l'appunto 113 chili, e gli sussurra una parola "Dimagra".
Da quel momento Halleck perde peso, inesorabilmente capitolo
dopo capitolo, e per qualche inconscia consapevolezza gli vien
facile attribuire quel calo a quella carezza: lo zingaro gli
ha fatto il malocchio!
Lui ne è certo, e quando vede che pur mangiando tutto ciò
che trova a portata di mano si avvicina velocemente alla
soglia dei 100, dopo aver fatto visite su visite e non aver
riscontrato alcun male fisico, si dà da fare per trovare gli
zingari. La sua ricerca, che mi porta tenacemente avanti nelle
pagine di questo romanzo veloce e lineare, si snoda attraverso
l'agenzia investigativa per cui lavora lui, e lo porta a
conoscere ciò che è toccato, sempre per mano dello zingaro,
alle altre persone che hanno contribuito alla sua assoluzione.
Uno si sta trasformando in un orribile coccodrillo, le cui
scaglie diventano la metafora della corazza o, se vogliamo,
del pelo che ha certa gente sullo stomaco; ma per una curiosa
legge del contrappasso quella corazza gli si evidenzia
all'esterno. Un altro ha un eccesso di acne e di pustole che
in breve lo ricoprono, secernendo in continuazione pus e
liquidi che divengono anch'essi segno della putrescenza
presente dentro di lui. E forse anche la maledizione che è
toccata a lui ha a che fare, grottescamente, con qualcosa che
lo assilla: il peso. Il dottore gli ha appena detto che deve
dimagrire perché entra in zona infarto. Ma lui, che non ha la
forza necessaria a combattere un nemico astuto come il cibo,
viene aiutato da questo zingaro. Dimagra, gli dice, e la sua
battaglia per la vita incomincia.
Man mano che il romanzo procede lui sembra rendersi conto che
forse la causa del suo estenuante dimagrimento è la sua
coscienza, sporca, debole, senza rimorsi nei confronti di una
poveretta uccisa e di una minoranza ovunque messa al bando,
ovunque sfruttata per i bisogni ipocriti della società
piccolo-borghese statunitense degli anni '80. Qui siamo di
fronte ad un'evidente ingiustizia sociale alla quale, con i
suoi mezzi, porrà rimedio lo zingaro ultracentenario.
Quando Halleck sembra giunto al suo scopo, trova gli zingari,
ma non ne risolve nulla. È allora che entra in scena una
trovata geniale di King (Bachman): Halleck, per dare una
conferma alla sua falsa coscienza, fa intervenire la mafia.
Addirittura! E forse è qui che iniziano i dolori, non quelli
nel romanzo, ovviamente, ma nella narrazione. Benché la
scrittura sia sempre lineare come all'inizio, e benché ci sia
una logica in ciò che avviene che rispetta in sostanza il
carattere del personaggio principale, mi sembra di vedere in
questo intervento del mafioso una caduta di tono, un elemento
estraneo al racconto che lo priva di originalità e di
freschezza. Cosa c'entrerà mai un mafioso in una storia come
questa, in cui il protagonista se la deve vedere con la sua
coscienza sporca e una banda di zingari incantatori?
Forse la risposta sta proprio qui: il mafioso non è altro che
la materializzazione, metaforica, della falsa coscienza di
Halleck. Laddove non riesce ad arrivare un William Halleck
ormai privo di forze, giunge un mafioso italiano che possiede
la opportuna libertà d'azione anche di fronte al diritto
civile.
Il finale del romanzo ritorna ad essere in linea con l'inizio,
e conferma come la narrazione sia nient'altro che una specie
di rappresentazione teatrale, una mess'in scena del destino di
un uomo che si accanisce contro il suo comportamento malvagio
e doppio. Il finale fa tornare grande questo romanzo, che
forse non è tra i più conosciuti di King.
Peccato che l'intermezzo del mafioso ne modifichi il senso di
continuità staccandolo dalla linearità della prima parte.
Posto dopo l'intervento del malavitoso, questo finale appare
troppo staccato e troppo esagerato per chiudere formalmente il
romanzo.

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