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Elettricità
nell'antichità?
Gli antichi greci avevano un mito curioso: Atlante (che sosteneva le
colonne situate sul mare "oltre l'orizzonte più occidentale")
aveva una figlia di nome Elettra. Secondo altre versioni, invece,
Elettra era la figlia del Dio Oceano. Comunque sia, tradotto dal greco,
il nome Elettra significa "colei che risplende" o anche
"ambra".
Ora, l'ambra, come si sa bene, se strofinata produce elettricità e
poiché Atlante è comunemente identificato con l'Atlantide, non si
potrebbe dedurre che il mito di Elettra ricondurrebbe al ricordo che in
quel paese inabissatosi in tempi tanto remoti ci fosse una qualche forma
di elettricità?
Ma vediamo di trattare qualcosa che abbia molta più attinenza con la
concretezza. Mettiamo da parte il mito di Elettra e facciamo un piccolo
passo indietro, alla vigilia della
Seconda Guerra mondiale.
Una spedizione archeologica in Iraq, comandata dall'ingegnere tedesco
Konig, fece una scoperta davvero interessante: nel corso di alcuni scavi
vicino Baghdad scoprì un villaggio dei Parti nel quale trovò un certo
numero di vasi che per la loro singolare forma facevano pensare a delle
batterie. Ecco come si presentavano:
un vaso conteneva un cilindro composto di un sottile strato di rame nel
quale era inserita una bacchetta di ferro (un elettrodo?). I bordi del
cilindro erano poi stati saldati con una lega di piombo al 60% e di
stagno al 40%. La bacchetta di ferro era sostenuta da un tappo di bitume
ed in fondo al cilindro c'era un dischetto di rame. Il tappo di bitume
serviva chiaramente da isolante.
Fino a qui, la scoperta fatta dall'equipe di Konig e dalla descrizione
che avete letto, il paragone con una normale pila a secco è
inevitabile. Una normale pila a secco è infatti costituita da un
cilindro di zinco, all'interno del quale si trova, tenuta bloccata da
una chiusura isolante, una bacchetta di carbone.Tutto intorno vi sono
poi delle soluzioni gelificate di particolari composti.
Chi al Liceo ha studiato chimica, potrebbe ulteriormente pensare alla
cosiddetta "Pila di Daniell", realizzata mediante un elettrodo
di zinco e uno di rame ognuno immerso in una soluzione di sale solubile
e separati da un setto poroso.
In effetti, un'idea di trovarsi di fronte ad una batteria al tedesco
Konig venne, perché scrisse nel 1938 che "dai suoi costituenti e
dalla loro disposizione si potrebbe pensare che esso (l'orcio NDR) sia
una specie di elemento galvanico o batteria".
Interessato da questa scoperta, il celebre studioso Willy Ley chiese
alla General Electric Company di Pittsfield, Massachusetts, di costruire
una batteria analoga perché desiderava condurre degli esperimenti.
Il laboratorio della General Electric fabbricò così un duplicato della
batteria e lo riempì di solfato di rame al posto del presunto
elettrolito (sconosciuto). Ebbene, la batteria così creata funzionò!
Ma…c'è un ma.
Innanzitutto, l'oggetto in questione avrebbe un efficienza molto bassa,
quindi per qualunque tipo di utilizzo sarebbero per forza necessarie
molti orci-batteria collegati in serie, ma negli orci ritrovati a
Baghdad non sono visibili punti dove si potrebbero, ad esempio,
collegare dei conduttori.Esistono delle antiche cronache che parlano di
oggetti simili alle "pile di Baghdad"? Sì, ed ecco che
tocchiamo un aspetto interessante ed il mistero si fa più fitto: un
antico manoscritto, l'Agastya Samhita, conservato ad Ujjain, nella
biblioteca dei Principi Indiani, contiene una descrizione sorprendente
degli elementi che servono per costruire una batteria a secco…

"In un recipiente d'argilla si deve collocare una placca di rame
accuratamente levigata. Poi la si deve ricoprire prima con solfato di
rame e quindi di segatura di legno umida. Dopo si colloca sulla segatura
una placca di zinco amalgamato a mercurio in modo da prevenire la
polarizzazione. Dal contatto di questi elementi scaturirà un'energia
liquida conosciuta col duplice nome di Mitra-Varuna. Questa corrente
separa l'acqua in Pranavayu e Udanavayu. Si dice che un centinaio di
questi vasi messi assieme dia risultati sorprendenti"*
Ora, gli esperti che hanno analizzato questo vecchio manoscritto dicono
che il "Mitra-Varuna" può essere facilmente identificato col
catodo e l'anodo e le strane parole "pranavayu" ed "udanavayu"
con l'ossigeno e l'idrogeno.
Come ben si vede, dunque, la storia ci riserva dei sottili misteri che
meritano di essere approfonditi senza alcun tipo di preconcetto. Se i
Parti avessero o meno conosciuto l'elettricità, o se tutto ciò non è
altro che un retaggio appartenente ad un lontano passato in cui sulla
terra esisteva una civiltà già tecnicamente molto avanzata lo potranno
chiarire futuri scavi. In mancanza di ulteriori elementi di valutazione,
e saggio mantenere una cauta prudenza.
Desidero chiudere questo articolo con le parole del World Almanac. A
Book of the Strange che a proposito della scoperta di Konig dice:
"Per quel che si può stabilire, gli oggetti in questione non sono
stati datati con esattezza. Konig scrisse che la batteria era passata
"per molte mani" prima che egli venisse a sapere della sua
esistenza. E' quindi possibile che non fosse stata nemmeno trovata tra
le rovine dei Parti. (…) Non è da escludere che si tratti di
manufatti presentati fraudolentemente a Konig come scoperta
archeologica".
Certo, la frode è sempre in agguato ma l'Agastya Samhita non da luogo a
perplessità, perché descrive proprio il modo di costruire una batteria
a secco!
*Mehta, The Flight
of Hanuman to Lanka, Narayan Niketan, Bombay 1940
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