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Il paese incantato
Il paese incantato
aka: Fando y Lis
Regia: Alejandro Jodorowsky
Anno - Paese: 1968 - Messico
Cast: Sergio Kleiner, Diana Mariscal, Maria Teresa Rivas, Tamara Garina, Valerie Jodorowsky
Genere: Drammatico
Voto: 5/5
Redattore decker

 
Fando trascina con un vecchio carretto la sua amante paralitica Lis alla ricerca del misterioso Tar, un paese che rappresenta la realizzazione di qualsiasi desiderio umano, una sorta, forse, di terra promessa apparentemente irraggiungibile, più un'idea o un mito che un posto reale… e la strada per arrivarci, oltre che impervia e aspra, risulta piena di strani personaggi.
“Il paese incantato” è il primo film realizzato da Jodorowski, nonché il primo capitolo della ideale trilogia sul viaggio, alla quale appartengono inoltre i successivi “El Topo” e “La montagna sacra”. Il film si basa sulla omonima pièce scritta da Arrabal (insieme a Jodorowsky l’altro fondatore del movimento panico) e precedentemente rappresentata a teatro dallo stesso Jodorowsky; si articola in canti dai titoli suggestivi ed evocativi. Questo film va indiscutibilmente considerato come un capolavoro: visionario, metaforico, surreale, allegorico, crudele ma anche poetico come pochi. La storia è quella di un viaggio, fisico e mentale; un viaggio verso una nuova conoscenza delle cose, della realtà che ci circonda ma soprattutto di se stessi. Una sorta di viaggio iniziatico: a volte ermetico, a volte criptico (diverse le scene difficili da decifrare come quella degli uomini nel fango) a volte chiaro e fulgido. Il sentiero che porta a Tar appare terribilmente impervio e spesso spoglio: i due protagonisti passano su sentieri sterrati, polverosi, in mezzo a gole con rocce taglienti; si vedono laghi di fango, aree praticamente desertiche ed incredibilmente inospitali (poche sono le eccezioni come l‘incontro col profeta su di un piccolo prato collocato tra le rocce). Si incontrano ruderi di una casa, che sembra quasi uno spettro irreale o meglio lo spettro di una casa; poi un cimitero di automobili (altro omaggio alla pièce teatrale di Arrabal da cui è tratto il film). La distruzione è passata su tutto e lascia segni indelebili: da ricordare la sequenza (poi rimandata all’indietro per ben due volte) in cui un pianoforte viene dato alle fiamme e poi abbattuto con un asta di legno. Per poterne apprezzare ciascun dettaglio ogni scena va vista e rivista perché tutti i gesti, tutti gli elementi, le sequenze, hanno svariati significati. Ad esempio come non soffermarsi sulla scena della bambina e del burattinaio: burattinaio che taglia, rapidamente e quasi con totale indifferenza, i fili della sua marionetta. Una scena autobiografica che pesca dal passato del regista: i suoi trascorsi presso la scuola di mimo di Marcel Marceu (si colga l'omaggio rappresentatao dalla presenza della donna “mimo”), nonchè la sua passione per i burattini. Inoltre, costituisce un invito ad entrare nel mondo del regista, rappresentato dalle quinte del palcoscenico verso le quali viene invitata la bambina sorridente. Troppo, poi, ci sarebbe da dire sui due protagonisti: Fando e Lis. In alcune sequenze, quest’ultima ci appare quasi eterea: una sorta di figura angelica che subisce però le crudeltà gratuite di Fando. La scena in cui la incatena al carretto, quella in cui la trasporta come se fosse un sacco, quella del suo abbandono a degli sconosciuti, strappano davvero il cuore: non si può rimanere imperturbabili in quei frangenti, non si può evitare di provare un dolore lancinante per Lis. A volte ci viene “mostrata” come un oggetto, un pezzo di carne privo di valore a cui si può tranquillamente fare di tutto (come scordare il momento in cui Fando con tono duro le rivolge le seguenti parole… “non servi a niente… nemmeno a questo”… “sei l’essere più inutile dell’universo”). Altre volte ci appare quasi al centro di tutto per Fando: esaustiva la frase proferita da Lis in merito al comportamento di Fando in alcune circostanze più fauste:… “dici che prenderai su di te tutte le mie sofferenze perché io capisca finalmente quanto a te non piace vedermi soffrire”. Alcuni momenti del film sono assolutamente indimenticabili, benchè si potrebbero trovare anche mostruosi (ad esempio il già citato incontro col profeta). Il finale è semplicemente superbo: una frase ripetuta all’infinito che sembra perdersi nel vento; una frase che simboleggia veramente la disperazione. Lascia molto molto da pensare. Un film del genere spinge immancabilmente alla riflessione. Si pongono molti interrogativi, forse anche troppi, soprattutto sui propri fantasmi, sui propri orrori, i propri incubi. Un capolavoro per riflettere, da vedere e rivedere svariate volte: più lo si vede più lo si apprezza e lo si assimila. Semplicemente un must imprescindibile.
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