Leon e Ursula durante l’infanzia ricevono un’educazione rigida e severa. Il padre è solito dispensare loro consigli per il tramite di un pupazzo anatomico che riesce ad animare con la sua voce. Leon sin da subito inizia a nutrire una profonda venerazione per l’inanimato personaggio… soggezione che sfocerà in una morbosa attrazione. Gli anni passano e in un tragico incidente stradale i genitori perdono la vita. I due ragazzi, ormai orfani, iniziano la fase adolescenziale in antitesi; mentre lei conduce una tranquilla vita sociale, lui passa le giornate con Pin, che considera il suo migliore amico. La situazione precipiterà nel momento in cui Ursula incontrerà il suo primo ragazzo.. La gelosia sfrenata del fratello aizzerà il terribile manichino contro entrambi…
Chi c’è in fondo a quella scala (Pin il titolo originale) è uno di quei film dall’effetto devastante e dalle ripercussioni shock. La totale assenza di sangue che lo caratterizza non deve indurre a pensare ad un thriller dalla scarsa incisività e dalla convenzionale visione archiviata con ordinaria amministrazione. Alcuni motivi mi inducono a pensarlo fermamente.
E’ una delle pellicole anni ’80 più riuscite, un’incursione nei meandri più occulti della mente umana, un viaggio psicanalitico dai mille risvolti.
La storia posa le sue basi su tre fulcri inscindibili: Leon, Ursula e l’inquietante manichino, metafora del male portato dentro dal protagonista.
Attorno a loro ruotano tutte le vicende del film retto interamente dalla presenza del bravissimo David Hewlett che offre una prova recitativa ad un passo dal magistrale con forti rimandi Norman Batesiani. Così come il custode del motel Hitchockiano sfogava uccidendo e spiando le sue vittime la frustrazione repressa discendente dall’incapacità di avere una vita normale e dalla prostrazione/legame/immedesimazione nei confronti di sua “madre”, così Lion sfoga la sua incapacità nel relazionarsi col mondo amando visceralmente in silenzio le uniche due persone che gli sono vicino.
Sua sorella Ursula, la sola finestra col mondo, il cui rapporto è ripreso in chiave intimista, elegante e intelligente; niente scene incestuose, ma solo sussurri, accenni e stilettate di un qualcosa che mai avrà compimento. E ovviamente il manichino Pin, amico dal quale sarà impossibile separarsi. Una gestione dei personaggi assolutamente impeccabile.
Il finale nella sua tranquillità riesce ad essere malinconico ma inquietante..Nefasto ma commovente.
Complimenti dunque a Sandor Stern (Amityville: The Evil Escapes) che pur non essendo un genio della mdp riesce a creare quella sottile linea e sostrato di inquietudine accentuatamente percepibile per tutta la durata della pellicola. Un ruolo predominante nella percettibilità della tensione è giocata dalle musiche, fondamenta essenziali nella riuscita del tutto.
Frequenti i giochi di luci e ombre durante le quali fa capolino il manichino su sedia a rotelle. Pin non è un capolavoro, in quanto da esso non è discesa nessuna progenie di cloni e produzioni similari, quindi non ponendosi a capo di nessuna corrente o serie di film sarebbe improprio l’utilizzo del termine.
Ma è un film che può fornire una lezione a chi si accinge a girare un buon horror per percorrere strade alternative che non siano le solite (tristemente) note. Quando per fare paura non bastava insozzare la pellicola con fotografie catramose e scure, fontane di sangue zampillanti e violenza fuori luogo che rimpinza lo spettatore come fosse un porco. Il rischio di cadere in una banalizzazione che vanificasse il tutto era alto, ma ciò non si è verificato.
Assolutamente perfetto su tutti i fronti, con una forte sceneggiatura, grandi attori, e un fantoccio anatomico tra i più inquietanti, maligni e terrificanti di sempre.