Non è facile parlare bene di un film nei confronti del quale si sono accaniti senza distizione alcuna, sia la critica specializzata sia il pubblico horrorofilo.
Da un lato si corre il rischio di esser vilipesi da quelli un po’ pieni di se, che pensano che la propria opinione equivalga a dogma ed un’idea difforme dalla loro sia figlia di uno che di cinema “necapiscepoco”; dall’altro si può tentare di evidenziarne i molteplici pregi che questo apocrifo nostrano della saga di Leatherface nasconde, confrontandosi su un piano di parità con chi la pensa, in maniera del tutto legittima, diversamente.
Iniziamo col dire che
Non Aprite Quella Porta 3 è uno di quegli horror che in Italia, purtroppo, non si è più capaci di realizzare (La Terza Madre e le ultime produzioni di
Dario Argento,
Sergio Stivaletti e soci sono un inequivocabile esempio). Eppure secondo molti è roba infima, trash da quattro soldi senza onore, che sarà mai riciclare tre o quattro scene?
Questo è un buon punto di partenza per mostrare che l’horror di
Fragasso è invece
opera polimorfa e complessa, dalle mille sfaccettature.
Non ha bisogno di una mera esibizione di gore, non ha bisogno di un uso spasmodico di scene di nudo per far breccia nella mente dell’horrorofilo. Il regista romano architetta una tensione basata più su una violenza di tipo psicologico, invasiva, fatta di inquietanti molestie telefoniche, contumelie e oscure minacce, piuttosto che su una violenza mostrata e sbattuta in faccia allo spettatore..
E’ una sottile guerra psicologica che si insinua lentamente, vivendo in serena armonia la sua singolarità. Si mette in scena un’atmosfera morbosa e malvagia, con picchi di tensione che nella prima parte toccano livelli altissimi. E' chiaramente tangibile la volontà di costruire un qualcosa di originale, passo dopo passo e non scegliere sempre la via dell’omicidio facile e dell’effetto splatter da quattro soldi come riempitivo.
Insomma, praticamente l’incontrario di quanto va di moda oggigiorno.
E’ un modo di fare cinema che onestamente rimpiango con i lacrimoni, non serviva esibire impunemente (pretestuosamente) il dettaglio di uno squarcio per allungare una determinata sequenza che sarebbe uscita integra nella “versione unrated”, come invece è tendenza oggi.
Le interpretazioni dei protagonisti, assolutamente non disprezzabili, le musiche tronfie protratte senza tregua, e un finale crudo impreziosiscono ulteriormente questo gioiellino che congiunge, fino ad unirle inscindibilmente, due strade difficilmente assimilabili: quella prettamente horror e dalle reminiscenze argentiane e quella classicheggiante da poliziesco americano.
Alla fine
Night Killer, in questa sua polimorfia fatta di miscele di generi, ingenuità e piccoli difetti risulta essere alcune spanne sopra altri tentativi analoghi di fare del buon cinema.
E per me è già sufficiente.