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Piccatu - Inchiuvatu
2005, InchProduction
Genere: Black/Folk
Voto: 9/10
Redattore lupo mannaro
Data: 14-03-2006

 
Figura enigmatica e, per certi versi, folle, il tutto fare Agghiastru è da alcuni anni uno dei leader di un nuovo movimento sorto appunto in Italia, più precisamente al sud, in Sicilia: la Scena Mediterranea. Fa il verso alla scena norvegese di inizi anni ’90, quando il black metal si mostrava in tutto il suo spirito malvagio e devastante, quando i giornali di mezza Europa riportavano di decine di chiese bruciate, di delitti, di scontri. In Norvegia nacque il vero black metal e ancora oggi quello stile è facilmente riconoscibile, come è riconoscibile lo stile death svedese o il black e folk metal della Finlandia. Ebbene, il Maestro Agghiastru sta delineando, in collaborazione con diversi altri gruppi underground (e di cui è membro, in molti casi) come i torridi Lamentu, La Caruta di li Dei, gli Astimi , i malefici 3 (progetto concepito per durare appena 3 demo e poi scomparire) e altri, un particolare sound ispirato dal black, ma trasfigurato in uno stile tutto personale e particolare. Il risultato: quando ascolti un disco della Scena Mediterranea te ne accorgi subito, grazie a uno stile tutto particolare e inconfondibile.
Già in Grecia nei primi anni ’90 si era delineato uno stile molto affine al black, grezzo e torrido, grazie a band culto come Necromantia, Rotting Christ e altri (vale la pena di citare le Astarte); ma il sound di Inchiuvatu e Lamentu è ancora più caratteristico, innovativo per certi versi.
Piccatu dovrebbe essere una sorta di viaggio all’inferno, ascoltandolo si raggiunge l’anima più profonda di Agghiastru stesso, e comprendere il tutto è impresa ardua. Un disco personalissimo, dunque, a quanto detto dallo stesso Maestro. Lo si capisce bene dall’intro “Lustru, 11/07/1975”, che, presumo, sia la data di nascita di Agghiastru stesso. Descrive una nascita, mentre della fanciulle intonano una sorta di preghiera: “Veni a lu lustru addevu addisiatu…veni a lu lustru…”, al termine della quale si sente una donna che partorisce e il primo vagito di un bambino.
“Cunsumu” è la prima vera canzone, quasi sette minuti di urla selvagge, drumming incessante, chitarre che emanano calore e zolfo da tutte le parti. Essa è un esempio generale di cosa sia lo stile che percorre tutto l’album. Fantastico il cantato in siciliano, un buon esempio di cosa voglia dire amare la propria terra d’origine senza farsi influenzare dai giudizi e senza scadere nel patetismo goliardico. Il testo parla di quella barbara usanza (quasi tutti i testi sono improntati sulle usanza sicule) di esporre dal balcone le lenzuola macchiate di sangue della vergine dopo la prima notte di nozze.
Nelle canzoni che compongono l’album sono spesso presenti stacchi folk (rigorosamente musica tradizionale sicula), inserti (bellissimi) di pianoforte e tastiere, ma senza mai essere eccessivamente invadenti. Accompagnano gli strumenti, completano la canzone, offrono agli orecchi stacchi per riposarsi da tutte quelle zaffate di zolfo che ci distruggono.
“Animacula” è una delle canzoni più riuscite dell’album. Cantata per metà italiano e per metà siciliano, sono presenti delle parti vocali femminili, inserti folk, parti di pianoforte. Il testo della canzone, neanche a dirlo, è bellissimo, splendidamente architettato grazie alla struttura delle rime e al numero dei versi. È comunque questa una delle caratteristiche fondamentali di questo capolavoro: testi bellissimi, pensati, studiati, ben strutturati.
L’album prosegue poi fino alla blasfema “Eva”, sei minuti di pura furia dedicata alla Madre di tutti i Peccati. Basti sapere che viene definita “Impura figghia ‘nzivata”. A tutti in puristi che potrebbero scandalizzarsi per tanta oscenità, dico che un cervello come quello di Agghiastru non è impostato per sparare oscenità e blasfemie come se fosse un qualunque ragazzetto. Ogni parola è studiata, ogni cosa ha un suo significato e un suo scopo ben preciso. Racconta attraverso immagini, simboli, metafore, dunque leggere i testi e liquidarli come “malati” e “stupidi” è, secondo me, un errore gravissimo.
Chiude l’album la bellissima “Curù”, dove le tristi note di un pianoforte fanno da accompagnamento al canto di Agghiastru. Quasi una triste ninna-nanna, dal sapore crepuscolare, le immagini di infiniti campi di grano giallo sotto la calura estiva sono d’obbligo.

C’è sapore di novità coi lavori di Agghiatru. I suoi lavori (Inchiuvatu padroneggia su tutti) sono sferzate di violenza, ma non tralasciano le melodie, veramente bellissime, e nemmeno gli inserti folk. Se il black metal nordico trasuda gelo e marcio da tutte le note, il black metal mediterraneo, al contrario, trasuda calura, sudore, sangue e esoterismo da ogni dove. Ascoltandoli non possono che venirmi in mente gli scritti di Verga, coi suoi personaggi nati dalla loro terra, arrabbiati, disperati, ma irrimediabilmente legati alla loro terra. Molto ci sarebbe ancora da dire, ma ho già scritto troppo.
Vorrei dare un voto massimo a questo lavoro, ma una critica proprio non riesco a non farla: le canzoni sono in sé piuttosto ripetitive. Non nel senso che una è uguale all’altra, ma è la struttura di ogni canzone ad essere un poco ripetitiva, poco varia, a volta si ha davvero l’impressione che strofa e ritornello siano tra loro attaccati con la colla e ripetuti troppe volte senza variazioni. Una critica certamente che non toglie comunque il valore di questo disco eccezionale, che penso piacerà a chiunque sia affine a questo tipo di musica.

Rivolgendomi a tutti gli italiani amanti di musica estrema, non posso che appellarmi a voi e sperare in un vostro supporto e partecipazione a questa scena, che promette veramente bene.
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