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K-FILES
di Laura Cherri
  
  
NASCE
UNA STELLA (LETTERARIA)
Seconda
puntata
†TORNA A MONOGRAFIE...†

È
il 21 settembre 1947. Sembra un giorno qualunque, ma non lo è. Nellie
Ruth Phillsbury King inizia la giornata nel migliore dei modi: le si
rompono le acque. Sa di essere giunta alla fine della sua gravidanza e
si ritrova in una sala d'ospedale (il Maine General Hospital di
Portland) a soffrire le pene dell'inferno. Quando finalmente può
guardare in faccia il marmocchio che ha scarrozzato dentro di sé per
nove mesi è gonfia d'orgoglio per un figlio che, ne è certa, sarà
destinato a fare grandi cose. Sembrerebbe solo la cieca sicurezza tipica
di ogni puerpera, ma nel suo caso è una preveggenza con tutti i crismi.
Quel cucciolo d'uomo che tiene tra le braccia e già la assorda con le
sue grida diventerà molto famoso, molto amato, molto pagato. Non male
per un pargolo che nessuno aspettava.
Stephen Edwin King piomba nella vita dei suoi genitori, Nellie e Donald,
lasciandoli alquanto sorpresi. È il secondogenito solo sulla carta,
perché il fratello che lo accoglie assieme a mamma e papà è stato
adottato, ancora in fasce, appena due anni prima. La famiglia ora si è
allargata forse più di quanto ci si aspettasse, ma il lieto evento non
rinsalda un matrimonio che già da tempo perde pezzi a destra e a manca.
Infatti il buon Donald decide di piantare moglie e figli in asso due
anni dopo, nel 1949.
Nellie reagisce con una grinta da leonessa che rimarrà per sempre
impressa negli occhi dei suoi figli e insegnerà loro che nella vita
arrendersi è vietato. La donna si rimbocca le maniche e accetta ogni
tipo di lavoro per far sì che sulla tavola ci sia il pane ogni giorno.
Affida i bambini a un numero imprecisato di baby-sitters e continua
imperterrita nella sua missione di madre single. In una recente
intervista rilasciata a una radio americana, King risponde senza esitare
quando la giornalista gli chiede se odia suo padre. "No, non lo
odio", afferma tranquillo. Poi, dopo un secondo di pausa aggiunge:
"Ma se ora fosse qui, e se non fosse un vecchio troppo malconcio,
gli darei almeno un paio di calci nel culo."
Sempre schietto, il caro Stephen. E come biasimarlo? Io mi sono sempre
chiesta come mai il caro papà non si sia mai presentato sulla porta di
casa del figlio ricco e famoso con la tipica espressione da
perdonami-ho-sbagliato per godere dei vantaggi economici che derivano
dall'essere un parente stretto di un billionaire, come dicono negli USA.
Una domanda che deve essersi posto anche lo Zio Stevie, senza alcun
dubbio. E la risposta non è mai arrivata.
Torniamo alla famigliola che si è ristretta all'improvviso e seguiamo
mamma Nellie, David e Stephen che vagano da una cittadina all'altra, con
lei che lavora ovunque, anche di notte, e i due bambini smarriti che
cercano di capire dov'è finito papà e perché mamma non sta più così
tanto con loro. David e Stephen si ritrovano scagliati a viva forza nel
mondo complicato degli adulti, zeppo di difficoltà economiche, dal
quale avrebbero dovuto stare lontani ancora per un po'. Mi domando se la
psiche di Stephen si sarebbe sviluppata in un altro modo, se suo padre
avesse scelto di restare. Sarebbero mai nate le figure letterarie di
madri single come Margaret White o di papà inquietanti come Jack
Torrance? Avremmo mai avuto la possibilità di conoscere la miriade di
bambini alle prese con difficoltà più grandi di loro che popolano
molti dei suoi romanzi? Probabilmente no, per quanto l'autore, in più
di un'intervista, abbia sempre cercato di minimizzare il trauma subito:
lo sfascio della sua famiglia. Lo scrittore inventa le sue storie,
questo è vero, ma una parte di lui correrà sempre a pescare qualcosa
da quel grosso bacino che è la sua memoria. E sicuramente Stephen King
ci ha fatto vedere più di una volta qualche pesce preso da quel bacino.
Leggere tra le righe, nel suo caso, è stato qualcosa di molto concreto,
avendo un libro tra le mani.
Dunque per nove lunghi anni Nellie e i bambini continuano a spostarsi
come nomadi in cerca di un posto che li faccia sentire di nuovo felici.
Ma quel posto tanto agognato non esiste e la felicità di una volta se
l'è portata via il capofamiglia.
Nellie non è solo un'instancabile lavoratrice spinta da un ferreo
istinto materno, ma anche una donna intelligente che ama leggere,
specialmente i gialli. Ai suo bambini legge invece i più famosi libri
per ragazzi. Dalle sue labbra il piccolo Steve sente arrivare le parole
scritte da artisti come Stevenson e Wells. E quando mamma non è in casa
o dorme, c'è la radio con i suoi effetti sonori e le voci di validi
attori che è tanto convincente quando trascina gli ascoltatori in
storie come "Marte è il paradiso" di Ray Bradbury da
spaventare a morte gli ascoltatori più sensibili.
Come tutti i bambini (e molti adulti, è il caso di dirlo) Stephen
sperimenta la classica attrazione/repulsione per le storie che fanno
venire i brividi. Quella stretta alla bocca dello stomaco e la tensione
che blocca il respiro per qualche attimo diventano il suo cibo
quotidiano, una sensazione terribile e bellissima allo stesso tempo che
lo spingerà a voler scrivere storie capaci di procurare quella stessa
sensazione ad altre persone, ai suoi lettori.
Stephen ride sempre quando pensa a tutti quelli che gli hanno chiesto
(cito): "Che cosa ti ha deviato il cervello così di brutto da
spingerti a scrivere le cose che scrivi?" E lui ridacchia, perché
forse sa che la risposta è più semplice di quanto si possa immaginare.
Ed è terribile proprio perché è semplice: niente. Nessun trauma
particolare, ma solo una genuina propensione a ragionare in un dato
modo. Chiamiamola leggera ossessione? Lui non avrebbe nulla da ridire,
dato che (torno a citare): "C'è chi paga un medico perché ascolti
le sue psicosi, mentre io vengo pagato per raccontarle."
In molte interviste lo scrittore ammette che nella sua infanzia un
brutto episodio c'è stato, ma che lui non lo ricorda. Stando a quanto
gli riferì sua madre (molto tempo dopo il fatto) a quattro anni Stephen
tornò a casa pallido come un cadavere e stranamente silenzioso. Il
succo della vicenda è che uno dei suoi amichetti era stato investito
dal treno mentre giocava sui binari. Nessuno ha mai saputo se Stephen
avesse visto tutto o se fosse capitato da quelle parti dopo che era
successo. Talvolta, mentre racconta questa cosa, King sorride e
aggiunge: "O se ce l'avessi spinto io, sotto il treno." Il
ricordo è tale solo perché sua madre glielo raccontò anni dopo e
probabilmente lui lo usa per giustificare (mentre continua a
sogghignare) la sua personale ossessione. Su questa cosa gioca molto con
il pubblico, quando ce l'ha di fronte. Sembra che si diverta a recitare
la parte del pazzo lucido che mette su carta le più aberranti
deviazioni mentali mentre il lettore si domanda che razza di infanzia ha
vissuto.
  
 
Gioca
anche con i giornalisti, come ha fatto con quello che l'ha intervistato
dopo l'incidente del 1999. All'appuntamento con il reporter arriva sulla
sua moto. Mentre rovista nel baule mormora: "Era un sacco di tempo
che non la usavo. Chissà che c'è qui dentro… parti di cadaveri,
penserai tu." E il giornalista ride. L'intervista deve ancora
cominciare e già il cronista lo ama. Stephen è così.
Gli anni '50 sono quelli in cui il piccolo futuro scrittore si innamora
del cinema e comincia a frequentare drive-in e piccole sale di provincia
dove vengono proiettati film come "Il mostro della laguna
nera" e molti film di fantascienza.
Nel 1958 Nellie e i bambini tornano nel Maine e si sistemano a Durham,
nella casa dei nonni, due anziani che Nellie accudirà fino alla loro
morte. Stephen è diventato un robusto e goffo bambino più alto della
media che tende a isolarsi. Legge moltissimo e continua ad alimentare la
sua passione per il grande schermo. Non molto lontano dalla loro dimora
abitano gli zii, ed è nella soffitta di quella casa che Stephen, sempre
in cerca di nuove letture, scopre un vecchio baule pieno di libri di suo
padre, mancato scrittore, appassionato di horror e di storie alla "Weird
Tales". Per la prima volta Stephen riesce a vedere nel suo genitore
qualcosa di più di un'ombra scivolata via troppo presto dalla sua vita.
Ai commenti duri di mamma si uniscono ora quei libri e quegli scritti
mai pubblicati che danno più spessore alla figura di un uomo con la
testa piena di sogni che non è riuscito a scendere a patti con la
realtà di una famiglia da mantenere. Accanto alla tristezza e alla
rabbia per essere stato abbandonato, nell'animo di Stephen esplode
definitivamente la passione per il genere horror. In un certo senso
potremmo dire che si sente incoraggiato alla grande a proseguire su
quella strada.
Se da una parte ci sono le storie inventate di sana pianta dagli
scrittori, dall'altra ci sono quelle terribilmente reali di criminali
come Charlie Starkweather, freddo serial killer per il quale Stephen
sviluppa una morbosa passione, tanto da riempire un album di ritagli di
giornale che lo riguardano. Sono persone come quelle che gli fanno
comprendere quanto sia facile per l'orrore più oscuro invadere i
territori pieni di sole della normalità.
Accanto a lui, in quegli anni di crescita difficile, c'è sempre il
fratello David che in quanto a creatività non ha nulla da invidiare a
colui che ne farà un mestiere ben remunerato. Insieme ne combinano di
cotte e di crude, tra improbabili esperimenti di chimica e la
pubblicazione di giornaletto pseudo-quotidiano dal poco invitante nome
di "Dave's Rag", lo Straccio di Dave. L'infantile carriera
giornalistica di Stephen corre parallela ai primi tentativi di emulare i
grandi scrittori componendo brevi raccontini dalle trame inverosimili.
La mamma applaude e forse in cuor suo pensa tristemente: tale padre tale
figlio.
Nel 1962 Stephen comincia a frequentare la Lisbon High School. È un
buon studente, un discreto giocatore di football e un chitarrista che
non se la cava malaccio. Ma la scrittura resta la sua passione
principale, condita dall'immancabile vena umoristica. Non si fa alcuno
scrupolo a intitolare un giornale "Village Vomit" che
infarcisce di articoli che dileggiano le figure di potere della scuola.
Gli insegnanti, oggetto delle sue prese per i fondelli, sono costretti
ad ammettere che il ragazzo ci sa fare con la penna, anche se ha una
natura ribelle che va domata senza dare l'impressione di volerla domare.
Ed ecco che Stephen ottiene un posto nella sezione sportiva del Lisbon
Enterprise, sezione nella quale dovrà occuparsi degli eventi sportivi
(nonché dei personaggi principali di tali eventi) della scuola che
frequenta.
Continua a leggere tantissimo, ogni genere di romanzo, assorbendo come
una spugna le tecniche narrative di ciascun artista e sforzandosi di
trovare un proprio stile inconfondibile. Legge anche i fumetti horror e
altre riviste che pubblicano racconti di scrittori esordienti, riviste
alle quali poco dopo comincia a inviare le proprie storie, con scarso
successo.
  
 
Il
1965 è un anno importante, perché finalmente il suo racconto dal
titolo "Ero un teenager ladro di cadaveri" viene accettato
dalla rivista Comics Review. Per il momento rimane l'unica
soddisfazione, visto che per vedere di nuovo il proprio nome su una
rivista dovrà aspettare altri due anni, quando la Starling Mistery
Stories acquisterà "Il pavimento di vetro" per circa trenta
dollari.
Nel 1966 entra all'università di Orono, sempre nel Maine, e continua
imperterrito a scrivere, sia per il giornale dell'istituto (nel quale si
conquista un suo spazio che intitola "Il camion della spazzatura di
King") sia per dar sfogo alle sue personali fantasie. Scrive
"Ossessione" e "La lunga marcia" e nel giro di poco
tempo attira l'attenzione dei vari insegnanti per la sua abilità nella
scrittura e quella degli studenti che lo trovano "strambo ma
simpatico".
Quando incontra la sua futura moglie, King è all'ultimo anno di
università e, come dirà tempo dopo lui stesso: "Sembravo la
brutta copia di Charles Manson." Ma Tabitha sa guardare oltre le
apparenze, e dopo aver scambiato qualche parola con quell'occhialuto
personaggio, tanto alto quanto goffo, capisce che ha di fronte un
ragazzo dotato di vivace intelligenza e acuto spirito ironico. Una
personalità complessa, brillante, che la conquista a dispetto
dell'inquietante look alla Charles Manson. È amore a prima vista da
parte di entrambi.
Quella che si forma è una coppia che rimarrà unita per tutti gli anni
a venire, anni in cui l'amore di Tabitha si dimostrerà incrollabile
anche di fronte al pericoloso interesse che lui svilupperà per alcol e
droga. È la rara alchimia tra due persone che si comprendono appieno,
che si rispettano e si stimano. Senza queste basi solide, il loro
matrimonio non avrebbe superato il primo anno di vita. Stephen ha la
fortuna di incontrare una donna che incoraggia le sue aspirazioni
letterarie, invece di criticarlo per quelle che un'altra compagna meno
sensibile avrebbe giudicato delle assurde velleità. La leggenda vuole
che sia stata proprio lei, straconvinta del talento del marito, a
ripescare dal cestino della carta straccia le prime pagine di "Carrie"
che lui aveva gettato via in preda allo scoraggiamento.
Ma l'idea per il primo, mitico romanzo è molto lontana dalla mente
dello scrittore quando, nel 1970, si guadagna la sudata laurea. È
ancora un giovane uomo che non sa esattamente cosa gli riserva il futuro
e deve fare i conti con la cruda realtà: non ha il becco di un
quattrino e deve lavorare dove capita. Tra i posti che lo vedono
sfacchinare c'è anche una lavanderia industriale, un ambientaccio che
rimarrà talmente impresso nella sua mente da dare vita al racconto
"Il compressore" contenuto nella raccolta "A volte
ritornano".
Quando arriva la proposta di lavoro come insegnante di inglese dall'Hampden
Academy tira un sospiro di sollievo mentre si accomoda dietro la
cattedra. Certo, i sogni di scrittore sono sempre lì e non è piacevole
essere costretti a correggere compiti quando invece vorresti creare, ma
un primo miglioramento di vita lavorativa c'è stato e lui ne è
consapevole. Personalmente vorrei tanto aver seguito i suoi corsi.
Scommetto che quegli studenti avranno avuto di che divertirsi con un
mattatore del genere accanto alla lavagna.
L'anno dopo (1971) si sposa con Tabitha e diventa padre di Naomi Rachel.
Gli anni che lo separano dal debutto letterario che segnerà la fine dei
patimenti sono estremamente duri, ma per sua fortuna sono anche molto
pochi. Lui, Tabitha e la bimba sono costretti a vivere in una roulotte a
Hermon. Forse il passaggio da ragazzo single a marito e padre oberato
dalle responsabilità è troppo brusco e Stephen comincia a bere un
tantino più del dovuto. Tabitha lo incoraggia come può, ricavando un
piccolo spazio all'interno della casa su quattro ruote dove lui possa
scrivere. Molte volte, quando penso alla sensibilità di Tabitha, vorrei
ringraziarla per non aver ucciso le ambizioni del suo compagno. L'avesse
fatto, adesso non potrei voltare la testa verso la libreria e guardare
una sfilza di bei romanzi.
Nel suo angolino Stephen scrive, soprattutto racconti che invia a quelle
che vengono garbatamente chiamate "riviste per uomini". Ancora
oggi lo scrittore sorride per gli strani modi con cui, a volte, la vita
ti dà una mano. È singolare pensare che dei giornaletti per erotomani
impenitenti pagassero le medicine e i vestitini a una neonata. Ma
tant'è… i soldi arrivavano ed era pur sempre una benedizione, tette e
culi a parte.
A rendere ancora più difficile la situazione economica arriva il
secondo figlio, Joseph. Stephen ha già provato a piazzare
"Ossessione" e "L'uomo in fuga" presso la Doubleday
e la Ace Books che però li hanno rifiutati. È demoralizzato e mitica
la frustrazione con l'alcol. Non si sentirebbe così, se analizzasse
ciò che sta avvenendo nel mercato editoriale. In giro ci sono
bestsellers come "Rosemary's baby" di Ira Levin e
"L'esorcista" di Peter Blatty che hanno aperto la via ai nuovi
scrittori horror. La gente vuole essere spaventata, vuole i brividi
lungo la schiena. PAURA è la parola chiave.
Stephen King è l'uomo giusto al momento giusto. L'ora del successo sta
per scoccare, mancano pochi minuti, mancano solo quelle pagine che
serviranno a completare il manoscritto che Tabitha ha tirato fuori dal
cestino dei rifiuti per esortarlo a raccontare la storia della
telecinetica più famosa di tutti i tempi: Carrie White.


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