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La
mia testa parla.
No, non prendetemi in giro, non fate battute sul mio conto. Non sono
pazzo e non sto scherzando. Sono perfettamente in grado di intendere e
di volere.
Anche se all'inizio pensavo fosse assurdo…
Non che la mia testa parlasse, non era questa la cosa pazzesca.
Il fatto di scrivere questo resoconto, è qui la follia.
Sa tanto di "ultime volontà", di racconto horror di serie
"Z", di quelli che si trovano nei giornali alternativi da 1
euro a copia.
Sapete di cosa sto parlando, vero?
Il protagonista è chino sulla sua scrivania, la notte intorno a lui lo
inghiotte con avidità, come volesse digerirlo e impedirgli di
respirare, mentre una lampada da tavolo (di quelle antiche, quelle con
il paralume in velluto, con i ricami appena abbozzati, in modo che la
luce possa passare senza incontrare resistenza) proietta ombre
inquietanti sui muri della stanza. Lui sta lì, con aria stravolta, i
capelli sudati ed incollati alla fronte, i vestiti sporchi e
disordinati.
Magari è senza scarpe.
Non so perché, ma uno in preda al panico lo immagino senza scarpe, a
piedi nudi. Ha le dita sporche, piagate: eppure non se ne rende conto,
continua imperterrito, nonostante il pus, caldo, viscido, che viene
fuori dal suo corpo, come se il marciume traboccasse verso l'esterno ed
infettasse il mondo, senza sosta, senza remore, senza pietà alcuna…
Scusate, a volte perdo il filo del discorso.
Ecco, lo immagino così, mentre è in preda al panico ed attende che la
creatura, mostruosa e selvaggia, nel corridoio, salti fuori arrivati
all'ultima pagina, per banchettare con le sue carni, in un'orgia di
sangue, muscoli dilaniati, ventri strappati: e il cuore giace sul
pavimento, dimenticato, mentre un ultimo lentissimo battito risuona nei
corridoi appena illuminati da una luna rigorosamente piena.
Ehi! Sveglia! Non mi sta succedendo nulla di tutto questo. Fuori è
buio, questo sì. E sto scrivendo sulla scrivania del mio studiolo, è
vero. Ma la mia lampadina è a fosforescenza: sapete quei modelli
luminosissimi, che risparmiano energia elettrica e sembra che facciano
più luce di un lampadario. Sono nuovi, vengono dalla Germania. Li ho
comprati tre settimane fa, da quando è cominciata questa storia. Una
coincidenza? Forse. Forse comincio ad avere paura, del buio. E' lì che
trovano riparo tutti i terrori ancestrali, i fantasmi senza pace, gli
spiriti della follia umana che volteggiano alla ricerca di un corpo dove
abitare o di una mente senza inibizioni, con una vena di paranoia ancora
lisergica, pronta ad esplodere.
E la testa è al di sopra di tutto, con gli occhi vuoti, neri come gli
incubi di un pazzo, le labbra piegate in un atteggiamento di studio, con
vermi giallastri che serpeggiano fra le pieghe nascoste del lattice e i
radi capelli, sporchi e finti, come la vita stessa. Vorrei dirvi, come
tutto è iniziato, ma è difficile trovare le parole. L'inizio è sempre
difficile.
E' stato un mio amico a realizzarla. Raffaele. Lui fa queste teste per
lavoro. E' un artista. Certo, non fa solo teste, fa anche altre cose. Fa
il sangue finto, fa protesi, maschere, armi. Lavora nel cinema horror,
realizza effetti speciali. A Natale ci scambiamo i regali: ognuno dà
all'altro ciò che lo contraddistingue, che lo caratterizza. Questo
Natale ha pensato di regalarmi una testa finta. L'aveva costruita per un
film sugli zombies, ma poi non l'aveva utilizzata.
Mi piaceva, e così l'ho messa sulla mia libreria, fra i CD di Ligabue e
il libro "Sulla strada", di Jack Kerouac.
Io gli ho regalato una cravatta.
L'anno scorso un profumo.
Credo che abbia apprezzato (senso di confusione, come se le voci si
accavallassero ai fatti, in una cacofonia senza nesso logico. Mal di
testa feroce come un cancro, Oddio, non sarà un tumore, forse la vita
fuggirebbe come in un labirinto di cellule impazzite, senza fermarsi un
attimo ad ascoltare il silenzio) …
…E' successo di nuovo. Avete sentito? Ve ne siete resi conto? Pensieri
alieni che hanno preso possesso della mia mente, l'hanno invasa. Tutto
questo accade da quando la testa è entrata nella mia vita. Prima erano
soltanto sussurri, voci simili alla materia di cui sono fatti i sogni,
senza peso. La guardavo e lei faceva silenzio, fino a quando non mi
voltavo. E allora iniziava di nuovo.
Ragazza perfetta, lavoro perfetto, famiglia perfetta: vita perfetta,
insomma. Nulla che mancasse, nulla da aggiungere. Eppure lei spiava la
mia esistenza, con i suoi capelli stopposi, la pelle violacea, con
interesse. Era ambigua, né femminile né maschile.
E respirava. Cominciai a sentirlo subito dopo il suo arrivo. Non era un
ansimo, non nel vero senso del termine. Sembrava un quieto russare, come
se l'aria facesse vibrare corde sopite nell'anima immortale che
possediamo. Più volte cercai di parlarle, perché non ne avevo paura.
Le chiesi cosa volesse da me, dove o da chi fosse nata. Ma lei taceva,
come se aspettasse un passo ben preciso, un evento che ancora aveva da
realizzarsi. Io proseguivo nel mio lavoro, con dedizione e misurata
calma, conservando nell'intimità gli eventi di cui sapevo essere il
testimone unico e privilegiato. Prima o poi, lei avrebbe preso coraggio
e mi avrebbe reso partecipe dei suoi dolori e delle sue gioie.
I sogni iniziarono pochi giorni dopo… Ho detto "sogni"? No,
gli incubi. Ero a casa, con mia madre e le sue amiche, e lentamente, mi
rendevo conto che l'ambiente cominciava a cambiare. Le donne presenti
posavano i dolci in grembo e sbottonavano i golfini di lana, mostrandosi
nelle loro nudità. Facevano roteare la lingua, schioccando baci
perversi in direzioni indicibili, guardandomi fisso, e allungando le
braccia, chiamandomi, desiderandomi. Con l'andare avanti, i particolari
del mio sogno si facevano più chiari, più definiti. Non erano solo le
amiche di mia madre, ma anche le mie colleghe, che presenziavano in
quelle orge senza ritegno alcuno, e la mia prima reazione, che era di
sdegno e rifiuto per quella non voluta intimità, si trasformava in
atteggiamenti morbosi, avidi non solo di piacere impudico, ma anche
della sofferenza che poteva derivare dalle mie azioni.
E cominciavo a sbeffeggiarle per i loro modi grotteschi, le mettevo in
riga, usando a volte ordini tuonati con determinazione, a volte
picchiandole senza pietà.
Mi risvegliavo da questi sogni madido di sudore e con un forte senso di
nausea. Il primo pensiero era di calmare il battito agitato del mio
cuore, in contrasto con il silenzio che regnava nell'oscurità della mia
casa, immersa nel giusto sonno notturno. Ma sapevo che lì, a pochi
passi dal mio letto, qualcuno non dormiva. La immaginavo, sveglia,
mentre i bisbigli delle sue labbra morte entravano in me, nei miei
pensieri, nei miei sogni (La sofferenza è lo spazio vuoto fra due
vignette, sai che c'è, riesci a sentirla solo vivendola realmente, ma
guardandola dall'esterno ti sembra solo il tempo che passa in modo
estenuante, ma tanto passa e va) …
…Di nuovo. Non so cosa succede, ma ogni volta è sempre peggio.
Comincio ad avere paura, paura di non finire. Oppure di finire. Forse la
vera paura è sapere di non potere iniziare più nulla. Anche
all'università provavo lo stesso. Non finivo nessuna materia se non
cominciavo almeno quella successiva, in una eterna catena che si
accumulava senza sosta sulle mie spalle. Quella catena, con gli anni, si
è fatta più lunga, pesante.
Finché non è arrivata la testa. Lei sa, riesce a leggermi dentro,
riconosce la mia angoscia per i secondi, i minuti, le ore ed i giorni
passati e sprecati, che non torneranno mai più. Mi istruisce… No, mi
catechizza… Sì, proprio come una madrina che vuole insegnare al suo
figlioccio le regole del gioco. Le sue parole: "Vedi il tuo capo?
Sì, proprio lui, così felice e sorridente. Pensi che ami i suoi
dipendenti, che li rispetti. Ma non è vero. E' avido, pensa unicamente
al beneficio personale. Vedi la sua funzionaria prediletta? Non sai cosa
fanno, nel suo ufficio, quando chiudono le porte. No, non sai, ma
immagini molto bene, è per questo che hai dato voce ai tuoi pensieri,
hai dato voce a me. Perché io possa costringerti a riflettere sul
marciume della realtà che ti circonda".
Non sono io, lo so. Io non potrei mai fare queste asserzioni, spiare
così i comportamenti dei miei amici, i miei compagni di lavoro, i miei
vicini. Io voglio stare in pace, nella mia bambagia.
Ma non riesco a smettere di ascoltare, mi tenta e mi incuriosisce,
voglio sapere fino a dove arriverà. Ecco, anche adesso, vuole che mi
perda in lei, nei suoi bisogni, mi dice di lasciare il foglio sul quale
sto scrivendo, e di avvicinarmi, di prenderla, toccarla, amarla, perché
solo il mio amore può farla rinascere. E, Dio mi perdoni, voglio
anch'io le stesse cose, anch'io non riesco a starle lontano più di
qualche ora. Ormai il mio autocontrollo è sparito, senza ritegno,
l'ultima definitiva foglia di fico è caduta lasciandomi nudo e in
attesa (Ligabue chiede fuori come và. Come va, dentro. Non lo sai. Non
sai nulla, sono io. Io so tutto, non mento. Voglio il tuo bene, ascolto
la sofferenza e la trasformo in azioni. Ti guardo con occhi ciechi,
offuscati da pianti di pus, e la cancrena del mio ghigno è quella della
tua anima, è un deridere i tuoi sforzi, mentre la pelle puzza, puzza di
morte, morte dentro) …
Ho ucciso Carla, l'amore della mia vita. L'ho invitata ad uscire, e dopo
averla portata in un luogo dove nessuno potesse disturbarci, l'ho
sventrata con il mio coltellino svizzero, dall'inguine fino allo sterno.
L'ho guardata negli occhi, mentre la muta domanda "Perché?"
attraversava le sue lacrime. Poi ho immerso le mani nel suo sangue
sentendola più vicina a me, riuscendo finalmente a percepire il flusso,
la passione.
L'ho sempre desiderato, perché negarlo…?
No! Non è vero! Io ho amato Carla, più di me stesso. Lei amava il
mediocre che era in me. E per questo la odia… No, l'ama… (Senti i
lampi che irradiano il tuo corpo, senti l'elettricità che ti solleva
dal fango in cui ti sei adagiato mollemente) …
Mi confonde, mi indebolisce, so che ha un piano. E temo di sapere quale
sia… (Tu sei fatto per volare, non per strisciare, nasconderti ed
ingozzarti dei rifiuti della società, come un parassita ributtante,
costretto a non provare mai l'emozione di andare oltre le nuvole) …
Ora perdo il controllo sempre più spesso… Devo andare via da casa,
abbandonare quelle fosse infernali, non voglio che il baratro mi carezzi…
(la maschera che porti dalla nascita, l'animale che prende sembianze di
uomo, l'istinto brutale della belva pronta a saltare alla gola) …
Basta! Lascio il diario, la penna… (Troppo tardi!) …
Falso! Sono in piedi! Vado via… (E' il momento!) …
Sono fuori! Eppure… Scrivo… ancora…
Non più, adesso non puoi più scrivere. Adesso puoi solo guardarmi,
mentre dono un senso alla tua vita. Guadagno un corpo, un'occasione, un
sogno che finalmente diventa realtà. Mentre il tuo incubo peggiore
finalmente si fa carne e sangue… No! Si fa lattice, paglia, gesso.
Puoi solo guardare me, che vivo al posto tuo. Adesso è il tuo turno, di
restare sullo scaffale della libreria. Io esco, vivo, mentre tu piangi
in silenzio lacrime finte. Come la tua anima.

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