Racconto Horror: "Parla" di Gianandrea Parisi

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"...chi sarà vincitore, 
farollo colonna del tempio del mio Dio, 
e non ne uscirà più fuora; 
e sopra di lui scriverò il nome del mio Dio, 
e il nome della città del mio Dio 
e il nuovo mio nome..."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia testa parla.
No, non prendetemi in giro, non fate battute sul mio conto. Non sono pazzo e non sto scherzando. Sono perfettamente in grado di intendere e di volere.
Anche se all'inizio pensavo fosse assurdo…
Non che la mia testa parlasse, non era questa la cosa pazzesca.
Il fatto di scrivere questo resoconto, è qui la follia.
Sa tanto di "ultime volontà", di racconto horror di serie "Z", di quelli che si trovano nei giornali alternativi da 1 euro a copia.
Sapete di cosa sto parlando, vero?
Il protagonista è chino sulla sua scrivania, la notte intorno a lui lo inghiotte con avidità, come volesse digerirlo e impedirgli di respirare, mentre una lampada da tavolo (di quelle antiche, quelle con il paralume in velluto, con i ricami appena abbozzati, in modo che la luce possa passare senza incontrare resistenza) proietta ombre inquietanti sui muri della stanza. Lui sta lì, con aria stravolta, i capelli sudati ed incollati alla fronte, i vestiti sporchi e disordinati.
Magari è senza scarpe.
Non so perché, ma uno in preda al panico lo immagino senza scarpe, a piedi nudi. Ha le dita sporche, piagate: eppure non se ne rende conto, continua imperterrito, nonostante il pus, caldo, viscido, che viene fuori dal suo corpo, come se il marciume traboccasse verso l'esterno ed infettasse il mondo, senza sosta, senza remore, senza pietà alcuna…
Scusate, a volte perdo il filo del discorso.
Ecco, lo immagino così, mentre è in preda al panico ed attende che la creatura, mostruosa e selvaggia, nel corridoio, salti fuori arrivati all'ultima pagina, per banchettare con le sue carni, in un'orgia di sangue, muscoli dilaniati, ventri strappati: e il cuore giace sul pavimento, dimenticato, mentre un ultimo lentissimo battito risuona nei corridoi appena illuminati da una luna rigorosamente piena.
Ehi! Sveglia! Non mi sta succedendo nulla di tutto questo. Fuori è buio, questo sì. E sto scrivendo sulla scrivania del mio studiolo, è vero. Ma la mia lampadina è a fosforescenza: sapete quei modelli luminosissimi, che risparmiano energia elettrica e sembra che facciano più luce di un lampadario. Sono nuovi, vengono dalla Germania. Li ho comprati tre settimane fa, da quando è cominciata questa storia. Una coincidenza? Forse. Forse comincio ad avere paura, del buio. E' lì che trovano riparo tutti i terrori ancestrali, i fantasmi senza pace, gli spiriti della follia umana che volteggiano alla ricerca di un corpo dove abitare o di una mente senza inibizioni, con una vena di paranoia ancora lisergica, pronta ad esplodere.
E la testa è al di sopra di tutto, con gli occhi vuoti, neri come gli incubi di un pazzo, le labbra piegate in un atteggiamento di studio, con vermi giallastri che serpeggiano fra le pieghe nascoste del lattice e i radi capelli, sporchi e finti, come la vita stessa. Vorrei dirvi, come tutto è iniziato, ma è difficile trovare le parole. L'inizio è sempre difficile.
E' stato un mio amico a realizzarla. Raffaele. Lui fa queste teste per lavoro. E' un artista. Certo, non fa solo teste, fa anche altre cose. Fa il sangue finto, fa protesi, maschere, armi. Lavora nel cinema horror, realizza effetti speciali. A Natale ci scambiamo i regali: ognuno dà all'altro ciò che lo contraddistingue, che lo caratterizza. Questo Natale ha pensato di regalarmi una testa finta. L'aveva costruita per un film sugli zombies, ma poi non l'aveva utilizzata.
Mi piaceva, e così l'ho messa sulla mia libreria, fra i CD di Ligabue e il libro "Sulla strada", di Jack Kerouac.
Io gli ho regalato una cravatta.
L'anno scorso un profumo.
Credo che abbia apprezzato (senso di confusione, come se le voci si accavallassero ai fatti, in una cacofonia senza nesso logico. Mal di testa feroce come un cancro, Oddio, non sarà un tumore, forse la vita fuggirebbe come in un labirinto di cellule impazzite, senza fermarsi un attimo ad ascoltare il silenzio) …
…E' successo di nuovo. Avete sentito? Ve ne siete resi conto? Pensieri alieni che hanno preso possesso della mia mente, l'hanno invasa. Tutto questo accade da quando la testa è entrata nella mia vita. Prima erano soltanto sussurri, voci simili alla materia di cui sono fatti i sogni, senza peso. La guardavo e lei faceva silenzio, fino a quando non mi voltavo. E allora iniziava di nuovo.
Ragazza perfetta, lavoro perfetto, famiglia perfetta: vita perfetta, insomma. Nulla che mancasse, nulla da aggiungere. Eppure lei spiava la mia esistenza, con i suoi capelli stopposi, la pelle violacea, con interesse. Era ambigua, né femminile né maschile.
E respirava. Cominciai a sentirlo subito dopo il suo arrivo. Non era un ansimo, non nel vero senso del termine. Sembrava un quieto russare, come se l'aria facesse vibrare corde sopite nell'anima immortale che possediamo. Più volte cercai di parlarle, perché non ne avevo paura. Le chiesi cosa volesse da me, dove o da chi fosse nata. Ma lei taceva, come se aspettasse un passo ben preciso, un evento che ancora aveva da realizzarsi. Io proseguivo nel mio lavoro, con dedizione e misurata calma, conservando nell'intimità gli eventi di cui sapevo essere il testimone unico e privilegiato. Prima o poi, lei avrebbe preso coraggio e mi avrebbe reso partecipe dei suoi dolori e delle sue gioie.
I sogni iniziarono pochi giorni dopo… Ho detto "sogni"? No, gli incubi. Ero a casa, con mia madre e le sue amiche, e lentamente, mi rendevo conto che l'ambiente cominciava a cambiare. Le donne presenti posavano i dolci in grembo e sbottonavano i golfini di lana, mostrandosi nelle loro nudità. Facevano roteare la lingua, schioccando baci perversi in direzioni indicibili, guardandomi fisso, e allungando le braccia, chiamandomi, desiderandomi. Con l'andare avanti, i particolari del mio sogno si facevano più chiari, più definiti. Non erano solo le amiche di mia madre, ma anche le mie colleghe, che presenziavano in quelle orge senza ritegno alcuno, e la mia prima reazione, che era di sdegno e rifiuto per quella non voluta intimità, si trasformava in atteggiamenti morbosi, avidi non solo di piacere impudico, ma anche della sofferenza che poteva derivare dalle mie azioni.
E cominciavo a sbeffeggiarle per i loro modi grotteschi, le mettevo in riga, usando a volte ordini tuonati con determinazione, a volte picchiandole senza pietà.
Mi risvegliavo da questi sogni madido di sudore e con un forte senso di nausea. Il primo pensiero era di calmare il battito agitato del mio cuore, in contrasto con il silenzio che regnava nell'oscurità della mia casa, immersa nel giusto sonno notturno. Ma sapevo che lì, a pochi passi dal mio letto, qualcuno non dormiva. La immaginavo, sveglia, mentre i bisbigli delle sue labbra morte entravano in me, nei miei pensieri, nei miei sogni (La sofferenza è lo spazio vuoto fra due vignette, sai che c'è, riesci a sentirla solo vivendola realmente, ma guardandola dall'esterno ti sembra solo il tempo che passa in modo estenuante, ma tanto passa e va) …
…Di nuovo. Non so cosa succede, ma ogni volta è sempre peggio. Comincio ad avere paura, paura di non finire. Oppure di finire. Forse la vera paura è sapere di non potere iniziare più nulla. Anche all'università provavo lo stesso. Non finivo nessuna materia se non cominciavo almeno quella successiva, in una eterna catena che si accumulava senza sosta sulle mie spalle. Quella catena, con gli anni, si è fatta più lunga, pesante.
Finché non è arrivata la testa. Lei sa, riesce a leggermi dentro, riconosce la mia angoscia per i secondi, i minuti, le ore ed i giorni passati e sprecati, che non torneranno mai più. Mi istruisce… No, mi catechizza… Sì, proprio come una madrina che vuole insegnare al suo figlioccio le regole del gioco. Le sue parole: "Vedi il tuo capo? Sì, proprio lui, così felice e sorridente. Pensi che ami i suoi dipendenti, che li rispetti. Ma non è vero. E' avido, pensa unicamente al beneficio personale. Vedi la sua funzionaria prediletta? Non sai cosa fanno, nel suo ufficio, quando chiudono le porte. No, non sai, ma immagini molto bene, è per questo che hai dato voce ai tuoi pensieri, hai dato voce a me. Perché io possa costringerti a riflettere sul marciume della realtà che ti circonda".
Non sono io, lo so. Io non potrei mai fare queste asserzioni, spiare così i comportamenti dei miei amici, i miei compagni di lavoro, i miei vicini. Io voglio stare in pace, nella mia bambagia.
Ma non riesco a smettere di ascoltare, mi tenta e mi incuriosisce, voglio sapere fino a dove arriverà. Ecco, anche adesso, vuole che mi perda in lei, nei suoi bisogni, mi dice di lasciare il foglio sul quale sto scrivendo, e di avvicinarmi, di prenderla, toccarla, amarla, perché solo il mio amore può farla rinascere. E, Dio mi perdoni, voglio anch'io le stesse cose, anch'io non riesco a starle lontano più di qualche ora. Ormai il mio autocontrollo è sparito, senza ritegno, l'ultima definitiva foglia di fico è caduta lasciandomi nudo e in attesa (Ligabue chiede fuori come và. Come va, dentro. Non lo sai. Non sai nulla, sono io. Io so tutto, non mento. Voglio il tuo bene, ascolto la sofferenza e la trasformo in azioni. Ti guardo con occhi ciechi, offuscati da pianti di pus, e la cancrena del mio ghigno è quella della tua anima, è un deridere i tuoi sforzi, mentre la pelle puzza, puzza di morte, morte dentro) …
Ho ucciso Carla, l'amore della mia vita. L'ho invitata ad uscire, e dopo averla portata in un luogo dove nessuno potesse disturbarci, l'ho sventrata con il mio coltellino svizzero, dall'inguine fino allo sterno. L'ho guardata negli occhi, mentre la muta domanda "Perché?" attraversava le sue lacrime. Poi ho immerso le mani nel suo sangue sentendola più vicina a me, riuscendo finalmente a percepire il flusso, la passione.
L'ho sempre desiderato, perché negarlo…?
No! Non è vero! Io ho amato Carla, più di me stesso. Lei amava il mediocre che era in me. E per questo la odia… No, l'ama… (Senti i lampi che irradiano il tuo corpo, senti l'elettricità che ti solleva dal fango in cui ti sei adagiato mollemente) …
Mi confonde, mi indebolisce, so che ha un piano. E temo di sapere quale sia… (Tu sei fatto per volare, non per strisciare, nasconderti ed ingozzarti dei rifiuti della società, come un parassita ributtante, costretto a non provare mai l'emozione di andare oltre le nuvole) …
Ora perdo il controllo sempre più spesso… Devo andare via da casa, abbandonare quelle fosse infernali, non voglio che il baratro mi carezzi… (la maschera che porti dalla nascita, l'animale che prende sembianze di uomo, l'istinto brutale della belva pronta a saltare alla gola) …
Basta! Lascio il diario, la penna… (Troppo tardi!) …
Falso! Sono in piedi! Vado via… (E' il momento!) …
Sono fuori! Eppure… Scrivo… ancora…
Non più, adesso non puoi più scrivere. Adesso puoi solo guardarmi, mentre dono un senso alla tua vita. Guadagno un corpo, un'occasione, un sogno che finalmente diventa realtà. Mentre il tuo incubo peggiore finalmente si fa carne e sangue… No! Si fa lattice, paglia, gesso. Puoi solo guardare me, che vivo al posto tuo. Adesso è il tuo turno, di restare sullo scaffale della libreria. Io esco, vivo, mentre tu piangi in silenzio lacrime finte. Come la tua anima.

 

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