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" Arcana
favilla destò il suo volo
nel mese più bello, dannata o prescelta,
visionaria parabola nel cielo tracciò,
per dolo, per ludo od amore scagliata."
Ed
il suo volo iniziò tra nebbie e picchi, su una dolce distesa d'erba,
che era madido abbraccio con il calore dei raggi ed il gelo della
roccia. Il filo di dolci incanti lo raggelò come cornice di pini e
canti di rugiada e , come cascata di dolce estasi, la sua discesa si
arrestò tra cielo e terra, l'incanto fu sgomento: la terribile eco
della solitudine fu lancia di fuoco ed il bagliore accecò la bellezza e
ricalcò il suo volto nella piana delle terre.
E così, il demone cominciò il suo viaggio.
Disteso, chi rapito da scivolo d'argento, osserva il filo di luna che
carezza i declivi, non può abbandonare i propri pensieri ad altro se
non il lento, greve stupore. Ma la sua attenzione era il volo del
sapere, lento e pesante groviglio d'ansia; ed era ricerca, come chi
scavando, dilania le sue dita per veder gocciolare il proprio sangue e
riconoscervi il riflesso del proprio anelare.
Nel volo si arrestò, ancorato ad una radura, riflesso nei dubbi, ad
ammirare lo splendore delle danze autunnali delle foglie, alle carezze
del vento. D'improvviso si scoprì solo, ed avuta paura, corse tra i
rami e si abbandonò. Una voce congelò le sue angosce:
"Ricorda le candide distese, alcove sante alla tua pace.
Ricorda i canti ed i silenzi, il tutto e la perfezione.
Ricorda e trema. Ricorda e taci, prima che tu sia condannato."
Come rosso fuoco che esplode da nera scintilla, il suo passo fu fermo e
la paura sprofondò in furia. La corsa riprese e l'odio fu fomento alla
vista, uno sguardo che penetrò i millenni e chiamò Dio.
"Interrompi le menzogne, interrompi gli insulti. Mai infangherai
con falsa ragione la mia natura, mai imporrai il pianto, la
sottomissione. Come selce, reciderò le spighe dei tranelli. Volontà,
vorrò io coltivare."
Ed ottenne il silenzio.
Scivolando tra arcani sentieri e crocevia di riti, tra luci ed
oscurità, fu attratto dai chiaroscuri di pietre intagliate, dagli
angoli come ripostigli della fatica e dell'ingegno. L'ondeggiare dei
fuochi riempiva il vuoto dei vicoli oscuri e le danze delle fiaccole ed
un sentore di palpito lo attrasse. Tavole imbandite al centro di una
piazza, corteggiate da fumose fragranze e dai vortici del vino novello.
Il tenero vociare dei bimbi copriva l'altalena delle urla dei vecchi
strepitanti. Lo stridulo vociare delle comari faceva ombra alla ridente
freschezza delle vergini. Il braccio nerboruto di un uomo gli illuminò
il suo volto, maschera di sudore, fatica, sofferenza, ma esplosione
d'orgoglio nell'indicare la sua radice ai suoi compagni di viaggio: e
d'improvviso vide il popolo degli uomini, non più piccolo ed imperfetto
nell'affaccendarsi tra le vicende che offuscano la sua vista. E non
seppe più che il cuore degli uomini è facile a corrompersi, ma vide
solo quella forza che dalla solitudine e dalla sofferenza si impone come
orgoglio, come lo specchio di volontà e possanza dell'uomo, dell'eroe,
del figlio che si crede padre nella sua solitudine, come specchio di
sangue e di terra.
Una tenera fanciulla alzò il velo della sua veste e rapita da lieve
fremito, navigando tra l'aere, soffice si levò, ed inarcando la prima
giravolta, bloccò il fiato e l'attenzione della festa. L'inarcarsi
delle gambe faceva riflesso alle giravolte del suo collo e non un raggio
del mezzodì più inebriante, non il flusso più ammaliatore di un rosso
tramonto tra le nuvole ammonitrici, avrebbe potuto distogliere da
quegl'occhi. Limpide perle che sfioravano le ciglia perfette, il lago di
natura riflesso nella sua immagine più dolce e delicata.
Il suo volo si fermò ed un lembo di pace coprì i suoi occhi.
Il nero splendore della notte, stendendo le sue dita annebbianti, lo
cullò guidandolo alla sua dimora. L'anello di nubi, coorte del gioiello
delle tenebre, lasciava intravedere un torrione circolare, e la pietra
nuda lo accolse. Un manto di tenera edera ruotava come mantello ed il
tocco come scossa dell'umidità assorbì il piacere, la forza dei sensi,
l'ebrezza della contemplazione, la potenza della conoscenza. Disceso tra
i merli, provò la ferma sicurezza della pietra, ed erettosi sulle
sporgenze, tese lo sguardo sfidato dal vento che lambiva il suo volto e,
racchiudendo l'orizzonte al canto del suo cuore, fu potente e si fermò.
Ma un palpito rimbombò nel silenzio e la disperazione fu velo ai suoi
occhi. Una preghiera si levò al ritmo dei suoi pensieri:
"Che il tempo si fermi, che l'attimo d'ora sia l'attimo futuro, che
io viva in ciò e non cada dalle vette che scalai."
Una visione squarciò il cielo ed un raggio di luce lo investì. Si vide
avvicinato da un serpente che librandosi in aria divenne un aquila,
mentre ancora il sauro si mordeva la coda.
Allora calmo e pronto alla battaglia potè riposare.
Le gelide ore della notte, culla dei fantasmi dello spirito, lo
trascinarono tra le ombre. Cadenzando i passi sulle pietre lisce del
torrione, si lanciò nel gioco delle fiaccole tra i vicoli stretti.
Seguendo la sua ombra nella distesa del silenzio tra spigoli vivi ed
archi di luce, si fermò su di una panca al caldo lume di una fiaccola.
Il rauco crepitare di una civetta lo destò dal suo torpore ed una
visione lo scosse al punto da maledire la sua creazione. Vide una
distesa di ghiaccio, sorretta da due valli, andare in frantumi
trapassata da una lancia. Il suo urlo materializzò le catene, il suo
sguardo la forza per infrangerle. Danzando si riportò al sentiero,
meditando sul suo prossimo riposo, pausa tra infiniti duelli, e vide i
colori del suo spirito e pregò ancora per vincerne la scalata e vedere
la vetta mai conquistabile.
Il suo silenzio fu interrotto da un incalzante galoppo, che procedeva
furioso lungo il sentiero. Oscurato dalle dita degli alberi un destriero
nero avanzava coperto da un'enorme coltre di polvere: il vapore indicava
i due occhi rossi come viva brace. La sorpresa fu più forte dello
sbigottimento ed in un attimo il mantello del cavaliere piroettava
mentre il cavallo esibiva i nervi tesi ed i muscoli scolpiti,
sollevandosi sulle zampe posteriori. Il cavaliere sembrava sfidare il
cielo con il suo braccio teso ed il suo volto nascosto da un pesante
cappuccio scrutò l'orizzonte e sparì più velocemente di quanto fosse
arrivato.
Seguendo chino l'ombra del cavaliere, tastò l'umore umido del sentiero
che lo condusse nuovamente alla piazza, ormai spoglia e dimentica degli
attimi di festa.
Un suono dolce lo incantò e nascosto in penombra vide una scatola di
legno da cui danzava nella sera una melodia dolce e triste. Mani
d'avorio incorniciavano la scatola, le stesse mani che flessuose avevano
incantato le ore della festa. Una cascata di luce bagnava i capelli di
mogano, mentre le guance rosee arrossivano domando il nero intenso delle
pupille, che come cerbiatti si sperdevano agli angoli del caseggiato,
inseguendo un'ombra.
L'ombra disegnò i suoi contorni nitidi nella tenebra ed il suo passo
ansioso e fremente illuminò le fattezze di un giovane.
Le tenebre ed il mantello coprivano la figura snella e regale, quando un
inchino scoprì il suo volto fiero e tenero:
"Folle
armonia di lira dorata
che il canto possa dir:
Io
sono come il fiore d'inverno,
petali straziati dal gelo.
Io
sono come il sole d'autunno,
steli appassiti tra le dita dl vento.
Io
sono come gli occhi di ghiaccio,
ottuso ricordo di un tragico rammento.
Io
non sono il canto della quiete gioiosa,
Io sono croce che puntella un cuore che pulsa."
Il
sorriso accese le gote della bellezza, mentre una lacrima tendeva il
sipario della gioia.
Il giovane salì due scalini e la figura su di lei fu più chiara:
"Sovrano della mia gioia, la nostra promessa è realtà. Domani
potremo partire alla volta della cattedrale e la mia gioia sarà la tua
gioia, il tuo dolore il mio dolore; ma vorrei già essere l'aria che
respiri per esserti vicina o solo sfiorarti, che ormai sono nulla senza
te."
Le carezze della luna riempirono di pace il volto del giovane, un bacio
si levò nell'aere tenebroso e vinse con il suo fuoco il freddo della
notte mentre il vento giocava con le chiome degli amanti.
"Che
i flutti delle universe acque si riflettano alla luce di milioni
d'incontri; il terreo fluttuar del tempo non potrà spiegare le piogge
di petali, l'esistenza senza limiti, le pallide serate estive in un
tuffo tra cadaveri di stelle ed il turbinare violento di una foglia, per
sempre od un attimo. Singola speranza all'incessante moto di una flebile
fiamma, ricordo di scintille che bruciano l'eterno."
Con
un balzo montò in sella al destriero che tese i muscoli ed inarcandosi
svelò il mistero di quegli occhi, allora carichi di spirito e passione.
Ed un attimo di calma lo penetrò, con una dolcezza ed obbedienza che
più non sperava:
"Fortunato chi, vecchierel canuto,
reclina il capo su mano ormai rugosa,
che dispensa carezza ancor d'amore.
Ed i suoi occhi, puledri di furore
e fuoco, ancora scalpitanti a iosa,
san perché han vissuto e per chi vorranno riposare."
Una
singola goccia solcò la sua guancia ma bastevole a riempire tutti i
mari. E un attimo del fuoco della sua solitudine, fu piegato dalla
dolcezza dell' abbandono, dove egli più di tutti al calore delle
piccole cose, cercava con nostalgia ciò che aveva abbandonato. Lanciò
la sua spada che in un tenero abbraccio sprofondò tra le onde del lago.
Il lento rollio delle fiaccole cullava i pensieri della bella, mentre
l'attesa era il pungolo del suo animo. Uno squarcio di zoccoli strappò
nuovamente il silenzio e di nuovo il cavaliere, nella sua tenebra, si
fece presso le mura. Il nero destriero impennandosi fu un nervo con il
cavaliere che lesto con un unico balzo fu sul davanzale. Gli occhi della
giovane videro un uomo coperto con un largo mantello e nascosto da un
cappuccio, alta ed imponente figura di luce e tenebra:
"Datti a riconoscere ombra della notte. Sei tu un messo del
demonio? Vieni, tu, a distruggere la mia pace ed a rapire la mia
felicità? Svela il tuo volto misterioso. Sei un angelo del bene?
Discopri le tue ali, affinché possa dissipare il mio terrore."
Il cavaliere scostò il mantello, svestendo la spalla possente e con
passo cadenzato si avvicinò:
"Seguimi, e non puoi fare altro, ma non temere. Io sono qui per
condurti ove saranno premiate silenzio e fermezza, obbedienza e purezza
e non disperare per quanto lasci, che è solo un immagine di quanto ti
verrà restituito."
Un altro passo e fu presso di lei, le strinse il petto e la baciò, lei
lo baciò e le sue labbra stillarono sangue goccia a goccia. Si
allontanò e si stese sul giaciglio, un sorriso, mormorando una
preghiera per quanti lasciava, perché non disperassero, e spirò.
Lui vide ed una coltre spessa di lava fu manto al suo sguardo. Di presso
fu al balcone ma la forte mano della creazione fu il muro all'azione;
bloccatosi ansioso alla luce della luna chiese la forza per comprendere
o perché tutto fosse distrutto; ma un fulmine immediatamente tracciò
nell'aria i contorni dell'aquila e l'atmosfera venne squarciata. Tutto
si ricostruì nella sua mente con una limpidezza ed una fragilità
cristallina. La luce gli indicò i suoi movimenti.
Il cavaliere scese dal davanzale di pietra e richiamato dall'improvviso
bagliore vide i suoi occhi limpidi di forza terribile, come fermi nella
potenza di un'impetuosa cascata. Fu subito sull'arcione e cercò di
allontanarsi nel bosco ma gli arbusti furono spettatori della foga delle
due fiere. Il cavaliere disceso dalla bestia si fermò, allora, e lo
attese. Le spade si incrociarono riflettendo il pallido chiarore che
illuminava i corpi tesi nello sforzo e il cavaliere affondò inciampando
in un arbusto e cadendo fu colpito da parte a parte. Fermatosi, allora,
pietoso tese la mano, mentre l'agonia palpitava in quel respiro:
rovesciò il cappuccio per scoprirne il volto e scoprì l'amara verità.
Quel volto, riflesso nella notte era il suo. Impallidendo mentre il
cavaliere si rialzava si tastò il petto, ed urlando si vide dondolare
tra archi di tenebra. Incamminatosi per il sentiero verso il torrione,
la discesa del declivio dell'orizzonte scoprì la sua pace con il saluto
dell'alba. Egli capì e si vide ancora solo, non più abbandonato ma
esiliato dal suo orgoglio. Allora pianse e furono soltanto lacrime di
pentimento; levò le braccia al cielo e la terra si squarciò e sparì
in una nebbia di rugiada che diradò svelando la dolcezza del sole nel
gambo di una rosa. Una rosa immortale che sparse la sua dolce fragranza
in eterno.

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