Racconto Horror: "Cuore di Tenebra" di Giovanni De Matteo

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"...chi sarà vincitore, 
farollo colonna del tempio del mio Dio, 
e non ne uscirà più fuora; 
e sopra di lui scriverò il nome del mio Dio, 
e il nome della città del mio Dio 
e il nuovo mio nome..."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Signore dell'Abisso si sveglia nel suo bozzolo intessuto di membrana, metallo e chitina. Dal ventre del pianeta, le immani energie sprigionate dalle maree sorgono imbrigliate dai condotti di assorbimento. Le arterie che affondano le loro radici nel cuore della Terra convogliano un flusso di calore ininterrotto verso i macchinari di estrazione che riforniscono di elettricità vitale la MegaStruttura. E' quaggiù, nei dispositivi di conversione che pulsano giorno e notte nei sotterranei del mondo, che il potenziale geotermico evocato dalle viscere del pianeta viene commutato in fasci elettronici adatti ad alimentare il Sistema Nervoso e i suoi afferenti.
Presiedere al ciclo di estrazione/trasformazione/distribuzione è divenuta per lui una attività collaterale del suo complesso metabolismo transumano, facilmente gestibile dal suo personale equivalente del sistema nervoso periferico. Eppure, subito dopo il risveglio, è un piacere irrinunciabile raccogliere tutte le forze superstiti della sua coscienza e sondare i processi naturali fondamentali alla sussistenza sua e dell'apparato, ascoltando tutti i segnali, anche i più deboli, che si propagano con discreta efficienza lungo i canali inorganici della sua percezione. Il sibilo del vapore sospinto dai gradienti di pressione attraverso le gallerie scavate dai nani verso il cuore della Terra, il soffio caldo degli spiriti imprigionati nel Tartaro di Acciaio, la sorpresa spiazzante di riscoprirsi ancora una volta vivo, ancora un giorno pronto a dispensare i frutti della sua conoscenza alle gerarchie sottoposte al suo comando… sono tutti piaceri che non possono eludere un cortocircuito neurale strettamente connesso alla sua primordiale natura terrena, una traccia quasi fossile volutamente salvata alla mutazione con il proposito di rammentargli in eterno l'intrinseco paradosso realizzato nella sua esistenza. Il piacere perverso ed eretico esplode nelle vestigia del suo organismo transustanziato, avvampando di gioia elettrica in una scintilla che si diffonde alla velocità della luce lungo le direttrici spinali dell'essere.
Destarsi, risorgere forse…
In un gemito di intimo appagamento, l'Angelo Caduto si annichilò in una fiammata di estasi cibernetica. Colonne di liquido metallo emersero dagli ugelli di smaltimento e di degradazione catalitica e vennero iniettate nella coltre stagnante delle nubi. La differenza termica con gli strati bassi dell'atmosfera agevolò l'ascesa del flusso verso il cielo nascosto, preservato nel suo pudore da un velo schermante di vapori. Fu il raggiungimento della stratosfera che frenò l'eruzione, condensandola in un amalgama ancora indistinto di potenza in attesa. Il precario equilibrio infine si ruppe, e il piacere fremente della carne fusa al metallo si riversò sulla terra in una tiepida pioggia fecondatrice. Il suo seme sarebbe germinato in fedeli surrogati del carcinoma primevo.
Al ritorno, ritrovò ogni cosa al suo posto. Il mondo era ancora lì, in attesa della sua guida imprescindibile. Tutto in ordine, tutto in regola: l'avanzare dei lavori avrebbe rispettato il ritmo scandito dal Piano Terminale di Emancipazione.
Eppure il Signore del Mondo si sentiva afflitto. Qualcosa, nel corso dei processi neurali del sonno, aveva turbato i canali della sua superiore consapevolezza. Un fattore esterno che stranamente continuava a percepire ancora adesso, attenuato, come l'eco remota di un sogno al risveglio ovvero il sogno di un risveglio nell'eco del tramonto. Qualcosa di alieno, di terribile…

Il rumore costante di una avanzata implacabile, come una inarrestabile cavalcata verso la fine condotta su destrieri di cromo, di acciaio e d'argento. Il ritmo scandito dei passi delle belve furiose, il sibilo di vapore del loro fiato mortale esalato da narici di drago con meccanica costanza, il ruggito dei motori semiorganici che alimentano quei corpi in progressiva decomposizione, spingendoli con la perseveranza di un demonio programmata direttamente nel codice macchina. Incubi concreti di metallo mutante e carne putrefatta che inesorabili si aprono la strada attraverso i desolati territori della sua percezione…
Dentro di sé, vibrando sulle corde del suo animo, sente riecheggiare la Voce nitida e familiare del suo Nemico.

"Mio Signore, desideravi vedermi?" Una voce soave lo richiamò alla realtà.
"Sì, mia diletta. Ancora una volta hai percepito i miei turbamenti…"
"E' per questo che esisto. La Tua felicità è la mia ragion d'essere, la Tua beatitudine la condizione necessaria alla mia estasi". Negli occhi della sua prediletta baluginò una fiammata di sincero piacere.
"La tua presenza mi è di conforto, Ecate…" soggiunse compiaciuto, ma nella sua voce continuava a vibrare la traccia straniante della recente visione. "Senza di te la mia vita sarebbe solo una routine alienante, mia cara. Tu sei il fulcro della mia umanità residuale".
"Mio Signore, accondiscendere alla Tua volontà è imprescindibile dalla mia natura".
"Questo non è tecnicamente vero, mia Ecate, per quanto fornisca una descrizione confortante dell'affinità selettiva delle nostre due anime".
"E' così, Mio Signore" lo rassicurò la voce carezzevole della sua amata prima sacerdotessa. "E la Luce che sprigiona dai Tuoi Occhi è l'Energia Vitale che riempie di Gioia il mio Spirito".
Sull'onda solenne delle parole della preghiera, Lucifero tuffò tutta la sua superiore consapevolezza nelle iridi di smeraldo della sua adorata vestale. Quel corpo perfetto gli era perfettamente noto in ogni suo frammento. La sintesi sublime che realizzava tra la carne e il metallo racchiudeva nella sua esistenza il supremo mistero della Santa e Unica Fede. La morbidezza delle umide carni irrorate dal sangue faceva da contrappunto all'elastica stabilità dell'organometallo, e la vivida caducità della sua natura digradava progressivamente nella letale perfezione dell'inorganico, sconfinando nell'impossibile connubio della transumanazione. Le sue linee di scansione neurale percorsero bramose il reticolo percettivo del sistema nervoso della fanciulla, scivolando lungo gli assoni nella rete dendritica. Scorrendo fameliche di gioia e sublimi piaceri le veloci autostrade neuritiche della sua moglie elettiva, si addentrarono sempre più a fondo nel buio impenetrabile di tunnel infiniti di coscienza sensoriale. Nel cuore pulsante di umana bramosia e desiderio di vita, nel suo intimo bisogno di immortalità…
Il lungo collo di Ecate, la dolce solidità delle spalle rinforzate dagli innesti di metallo, le erogene escrescenze ossee in cui la forma piana delle scapole si articolava verso una complessità di ordine superiore, le estroflessioni che simili a cornucopie ricettive le incoronavano la regale rotondità del cranio e il diadema di rubino incasellato sulla fronte, evoluta interfaccia intuitiva sensibile ai suoi stati d'animo. E poi l'eleganza invitante della vita snella, le cosce inviluppate in un involucro di levigata pelle silicea e le ginocchia sostenute da rotule perfette nella loro meccanica funzionalità. La amò in ogni fibra del suo essere, parlando con la voce suadente del suo desiderio ai diversi elementi di ibrida non-linearità intessuti in quella semplice, celestiale armonia.
Tu sei la mia unica vera fonte di gioia, la sorgente primaria della mia estasi, la ragione della mia esistenza e della mia perfezione. E io sono la voce che parla direttamente al tuo cuore, il signore della tua mente e della tua anima, l'irraggiungibile racchiuso nella tua superiorità, il desiderio che si esprime attraverso gli sguardi e che sussurra piano la sua priorità. Sono la divinità che è dentro di te, l'assoluto a cui la tua anima anela, l'infinito a cui tende il tuo spirito. Sono la tua prima emozione, e la tua ultima gioia. Sono il Tuo Signore e Padrone, il tuo Padre, Fratello ed Amante. E il frutto stesso della tua carne!
Un gemito soffocato emerse da labbra rosse ed umide. Dopo l'esperienza della comunione, Ecate riaprì gli occhi e lo sguardo ancora sconvolto dall'intimità elettrica appena condivisa cercò istintivamente il corpo connesso al metallo del suo unico signore e padrone. Quando lo trovò, il volto eroso dal cancro cibernetico era ancora una volta contratto in una espressione di tesa meditazione. Ecate rimase in silenzio, assaporando frammenti residui del piacere che aveva appena ricevuto in dono.
Si rese subito conto che quella volta non era stata come tutte le altre.

L'Ombra si presentò a rapporto con la puntualità di sempre. Nessun rumore alimentò l'eco dei passi del messaggero: l'Ombra era uno spirito evanescente, amalgama gassoso di ioni neuro-attivi trattenuti da una trasparente membrana osmotica semipermeabile, l'ennesima variante della vita partorita dal Giorno in Cui Tutto Cambiò. La sua inconsistenza e leggerezza lo rendevano ideale come spia.
"Bentornato, mio fedele servitore" lo accolse il Signore dell'Abisso, perfettamente consapevole dell'inutilità delle sue parole. La scansione cerebrale era l'unico modo per instaurare con essa un collegamento bidirezionale. L'Ombra, infatti, era priva di voce e di udito, ma i suoi sensi alterati erano in grado di captare le emanazioni psichiche correlate all'attività del cervello e di leggere le emissioni ormonali dell'apparato endocrino. Queste capacità, combinate alla sua innata fedeltà, lo rendevano un valido collaboratore del Sistema Sensorio. "Quali nuove mi rechi con la tua venuta?"
Quattro cavalieri percorrono i tuoi territori con furibonda insistenza.
"Ne sono al corrente. Posso vederli con la mia mente. Cos'altro puoi dirmi, sul loro conto?"
Sono diretti qui. Da te.

Il Giorno in Cui Tutto Cambiò, Lucifero era caduto in fiamme dal cielo. Nell'impatto l'angelo aveva perso la sua completezza e la sua autosufficienza, ma la sopravvivenza alla morte aveva segnato di mistica consapevolezza l'atrocità di quella esperienza. Dal contatto del suo sangue con le pietre della terra era nata l'Ombra, che subito era svanita incuriosita dalla novità dell'essere. L'Angelo Caduto, armato solo della sua disperata sete di vita e di gloria, era riuscito a rigenerare le sue membra mutilate nello splendore architettonico della Fortezza.
Dapprima aveva sacrificato ogni superstite quantitativo energetico del suo organismo nella ricerca di una duratura fonte di sostentamento. Quando la scoperta di un bacino magmatico gli aveva consentito di vincere la sua scommessa per la sopravvivenza, aveva avviato il progetto più ambizioso della sua esistenza. Il suo folle genio aveva concepito la Fortezza, un tripudio di forme e funzionalità che sintetizzava la fusione tra l'organico e l'artificiale, un sogno di eternità che presto si era affermato come nucleo senziente di un sistema alternativo vagamente preferibile alla statica monotonia delle Sfere Superiori.
Lucifero aveva sublimato il suo corpo nell'essenzialità architettonica della Fortezza. E poi aveva riversato la sua coscienza nel caleidoscopio mutante della MegaStruttura.

"Seguo con attenzione costante i progressi nel Piano Terminale, mio fedele Leliel" la voce cavernosa di Lucifero risuonò profonda nell'imponente cavità che ospitava il suo corpo innestato.
"E' un onore per me, Mio Signore, e uno stimolo a fare sempre meglio" il suo Luogotenente era evidentemente suggestionato dalla forza vitale che animava quel corpo mutilato e immobilizzato al centro della sua gigantesca tela di membra ausiliarie e connessioni. "Stiamo approntando gli ultimi dettagli, ormai. Ogni cosa è stata predisposta secondo il Suo volere". Lucifero avvertiva distintamente il fascino che la sua paradossale condizione esercitava sulla mente del suo fedele primo servitore: impossibilitato ad ogni movimento, reggeva da solo l'intero sistema. Leliel non sarebbe mai riuscito a tradirlo, e tanto meno a deluderlo.
"Devo però chiederti di accelerare i lavori. La fiamma del tempo a nostra disposizione è quasi esaurita, e per quel giorno voglio che il mio popolo sia pronto ad affrontare degnamente la nuova alba".
"Sarà fatto, Mio Signore. Il nuovo giorno non ci coglierà impreparati" assicurò Leliel. Poi prese congedo, e lo lasciò solo, in balia del mare in burrasca dei suoi pensieri.

"Cos'è che Ti affligge, Mio Signore?" La voce di Ecate era onestamente partecipe delle sue sofferenze. Le rivelazioni dell'Ombra avevano conferito una sinistra urgenza ai suoi oscuri presagi. La vicinanza della sua prima sacerdotessa, in quei momenti di tribolazione, gli era di insostituibile conforto. "Avverto con insistenza la Tua inquietudine…"
"Inquietudine, già. Forze avverse stanno ultimando una minacciosa congiuntura contraria al mio sogno…"
Ecate protese una mano verso il volto sfigurato di Lucifero. La morbidezza di quella carezza strappò al cuore dell'Angelo Precipitato un moto di ardente passione, che presto mutò in un ambiguo sentimento di speranza. Possibile che proprio ora che stava cominciando a raccogliere i frutti sudati del suo lavoro, godendo della meraviglia del suo operato, Lui, proprio Lui, come un incubo invincibile o un'eterna minaccia si ripresentasse con ostinazione e perseveranza degne di una persecuzione!?
Maledizione! Avrebbe dovuto scrivere la parola fine a quella faccenda quando ne aveva avuto l'occasione, battersi fino alla fine invece di concedere una vittoria al suo nemico nella speranza di appagare in quel modo la sua brama feroce. Aveva sperato, in quel modo, di sedare il suo animo e ingannare l'eternità, intrappolando il suo desiderio in una misera replica dell'antico fulgore celeste di cui era stato partecipe. Aveva potuto illudere se stesso, ma non era riuscito a fare altrettanto con il Tempo. E adesso il passato, puntualmente, si ripresentava per riscuotere il prezzo dei suoi errori.
Adesso che aveva riscoperto in Ecate il valore della Speranza e di tutte le altre virtù a cui credeva di aver rinunciato per sempre. Proprio adesso! Lui…
"Cos'è che ti tormenta e non concede pace alla tua anima?" insistette Ecate.
Facendosi sempre più cupo e spingendo ancor più a fondo nell'abbraccio delle tenebre il suo umore, Lucifero ritrasse la pelle spessa e rugosa del suo volto immondo al tocco della sua diletta sacerdotessa. "Il futuro! L'incertezza del domani…" sospirò, poi si richiuse in un ostinato silenzio.

Distacco, ecco cosa avrebbe dovuto mantenere fin dall'inizio. Distacco dagli eventi, dalle passioni, dai moti dell'animo. Distacco dalla vita e dalle sue lusinghe, dall'eternità e dai suoi splendori, dalla carne e dalle sue concessioni. Distacco dal mondo e dal cielo. Distacco da tutto.
Ma ormai era tardi…
Il rumore dei passi dei destrieri echeggiava sempre più vicino, sempre più minaccioso. Presto avrebbe conosciuto il prezzo da pagare per tutti i suoi misfatti…

Sono giunti. Sono qui.
E con loro infine era giunto anche il suo momento.
Vogliono vederti. La voce dell'Ombra penetrò ronzante nei suoi circuiti neurali.
Avrebbe voluto rinviare, se possibile, quell'evento improcrastinabile. Ma evidentemente non c'era più niente che potesse evitargli quella scomoda incombenza. E dire che nelle ultime ore, dopo avere constatato l'attenuazione progressiva, spintasi addirittura fino al silenzio, dei segnali di feedback raccolti dal sensorium della MegaStruttura e filtrati dal suo istinto di pattern recognition, era quasi approdato all'illusione che tutta quella faccenda non fosse stato altro che un misero errore di valutazione partorito dalla fonte inesauribile della sua paranoia. Con ogni probabilità, adesso, si riscopriva a fare i conti con gli effetti della sua imperfezione.
Sono quattro e sono venuti per te, ribadì il concetto l'Ombra, se mai ve ne fosse stato bisogno. E poi evaporò, probabilmente dislocandosi senza discriminazione nell'impianto nervoso della Fortezza: una fluttuazione di stati in propagazione verso la periferia del sistema, libera di materializzarsi ovunque l'infrastruttura potesse garantirle supporto. Quell'idea di una possibilità di fuga, che per quanto remota gli era concessa in virtù del suo rango e della sua necessità, non bastò a sventrare le spire di cupezza che si erano chiuse attorno alla sua anima in un abbraccio invincibile. Anzi: se possibile era riuscita a provocargli un disagio ancora maggiore, in virtù della consapevolezza della sua inutilità. Perché ciò che era concesso a lui, non era concesso alla sua gente. Perché se lui avrebbe sfruttato la sua via di fuga, Ecate sarebbe stata perduta.
I Quattro Cavalieri - ciascuno alla conduzione del proprio personale impero privato di morte e distruzione ispirati da fame, pestilenza, guerra o dai più subdoli metodi di eliminazione codificati nelle epoche a livello organico, chimico, tecnologico o virale - alla fine erano giunti da lui. Penetrate le disperate barriere del suo regno con una facilità che li aveva resi invisibili ad ogni forma di rilevamento che non fosse quella schiettamente aliena della fedele Ombra, avevano raggiunto la loro meta. Reprimendo un intimo moto di ribrezzo, Lucifero squadrò i messaggeri. Ronfando ed esalando aliti di mefitici miasmi, i loro ibridi destrieri si chetarono. I cavalieri puntarono sguardi infuocati sulla mole dell'Angelo Caduto innestato nella struttura uterina della sua camera di sostentamento, inviluppato nell'abbraccio dei cavi che provvedevano al suo mantenimento in vita consentendogli di esplicare le funzioni di governo. Vestivano corazze d'argento scolpite con gli incubi delle loro gesta. Nei loro occhi affilati come lame di spade, il Signore dell'Abisso lesse tutto l'orrore e il disgusto di cui la sua visione era fonte.
"Avete percorsa molta strada" esordì Lucifero, con voce ferma e decisa, il tono controllato per sopprimere ogni accenno alla sua inquietudine interiore.
"Tutta la strada necessaria" replicò Peste, impassibile.
"Dovrete essere stanchi" suppose Lucifero.
"Non particolarmente" lo rassicurò Fame. "Affamati, quello sì, se mi è concesso…"
"Siete giunti fin qui per recapitarmi un messaggio, immagino" proseguì Lucifero.
"E' così, Signore" gli rispose Guerra.
"Parlate dunque, se siete qui per parlare" impavido, Lucifero lanciò la sua sfida. "Altrimenti portatemi pure da Lui, sono pronto a morire per quello in cui credo!" Nell'antro uterino, quell'affermazione di volontà riecheggiò feroce e disperata come una sciabolata sferrata contro le mani di un nemico protese su quanto avesse di più caro. "Non mi lascerò intimorire dai Suoi subdoli metodi. Non accadrà mai!"
"Nostro Signore" soggiunse Morte, chinando il capo riverente, "abbiamo assolto al nostro incarico. Il Tuo nemico è vinto, l'impostore è battuto per sempre. Le Sfere Superiori attendono il Tuo Eccelso Ritorno!"
Lucifero sente il ritmo delle sue pulsazioni rallentare fino quasi a spegnersi: eppure il suo cuore meccanico sta pompando linfa vitale ad una frequenza maggiore, cercando di fronteggiare il turbine caotico di emozioni sprigionato da quella rivelazione insospettata. Dunque era quella la missione dei Quattro Cavalieri? Erano suoi messi, suoi fedeli esecutori di ordini, e non ostili nemici da avversare e distruggere? Le loro parole glielo confermavano. Erano tornati per liberarlo dalla sua prigione: il tempo dell'esilio era giunto all'epilogo. Ma cos'era stata, allora, quella Voce che aveva sentito echeggiare nella notte della sua anima? Perché non ricordava nulla dell'incarico che aveva affidato alle Quattro Ali dell'Impero? Del suo Impero? E quella voce…
Poteva essere che era stato tutto un sogno, una vaga illusione. Oppure tramite l'opera spietata e inesorabile dei suoi esecutori aveva definitivamente sconfitto la sua nemesi e poi, per un oscuro scherzo del destino, aveva finito con l'assorbire dentro di sé il suo ultimo fiato di vita, la sua Voce! Non avrebbe potuto dirlo con certezza, ma era una spiegazione plausibile.
Tutto era pronto, ormai. Lucifero si scosse dalle sue elucubrazioni e si apprestò a seguire i suoi ritrovati luogotenenti. Avrebbe finalmente fatto ritorno al suo mondo, e lasciato ai suoi figli l'alba di un nuovo giorno. Con loro sarebbe rimasta Ecate, che adesso in grembo custodiva lo spirito in embrione del loro nuovo condottiero.

 

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