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Il
Signore dell'Abisso si sveglia nel suo bozzolo intessuto di membrana,
metallo e chitina. Dal ventre del pianeta, le immani energie sprigionate
dalle maree sorgono imbrigliate dai condotti di assorbimento. Le arterie
che affondano le loro radici nel cuore della Terra convogliano un flusso
di calore ininterrotto verso i macchinari di estrazione che riforniscono
di elettricità vitale la MegaStruttura. E' quaggiù, nei dispositivi di
conversione che pulsano giorno e notte nei sotterranei del mondo, che il
potenziale geotermico evocato dalle viscere del pianeta viene commutato
in fasci elettronici adatti ad alimentare il Sistema Nervoso e i suoi
afferenti.
Presiedere al ciclo di estrazione/trasformazione/distribuzione è
divenuta per lui una attività collaterale del suo complesso metabolismo
transumano, facilmente gestibile dal suo personale equivalente del
sistema nervoso periferico. Eppure, subito dopo il risveglio, è un
piacere irrinunciabile raccogliere tutte le forze superstiti della sua
coscienza e sondare i processi naturali fondamentali alla sussistenza
sua e dell'apparato, ascoltando tutti i segnali, anche i più deboli,
che si propagano con discreta efficienza lungo i canali inorganici della
sua percezione. Il sibilo del vapore sospinto dai gradienti di pressione
attraverso le gallerie scavate dai nani verso il cuore della Terra, il
soffio caldo degli spiriti imprigionati nel Tartaro di Acciaio, la
sorpresa spiazzante di riscoprirsi ancora una volta vivo, ancora un
giorno pronto a dispensare i frutti della sua conoscenza alle gerarchie
sottoposte al suo comando… sono tutti piaceri che non possono eludere
un cortocircuito neurale strettamente connesso alla sua primordiale
natura terrena, una traccia quasi fossile volutamente salvata alla
mutazione con il proposito di rammentargli in eterno l'intrinseco
paradosso realizzato nella sua esistenza. Il piacere perverso ed eretico
esplode nelle vestigia del suo organismo transustanziato, avvampando di
gioia elettrica in una scintilla che si diffonde alla velocità della
luce lungo le direttrici spinali dell'essere.
Destarsi, risorgere forse…
In un gemito di intimo appagamento, l'Angelo Caduto si annichilò in una
fiammata di estasi cibernetica. Colonne di liquido metallo emersero
dagli ugelli di smaltimento e di degradazione catalitica e vennero
iniettate nella coltre stagnante delle nubi. La differenza termica con
gli strati bassi dell'atmosfera agevolò l'ascesa del flusso verso il
cielo nascosto, preservato nel suo pudore da un velo schermante di
vapori. Fu il raggiungimento della stratosfera che frenò l'eruzione,
condensandola in un amalgama ancora indistinto di potenza in attesa. Il
precario equilibrio infine si ruppe, e il piacere fremente della carne
fusa al metallo si riversò sulla terra in una tiepida pioggia
fecondatrice. Il suo seme sarebbe germinato in fedeli surrogati del
carcinoma primevo.
Al ritorno, ritrovò ogni cosa al suo posto. Il mondo era ancora lì, in
attesa della sua guida imprescindibile. Tutto in ordine, tutto in
regola: l'avanzare dei lavori avrebbe rispettato il ritmo scandito dal
Piano Terminale di Emancipazione.
Eppure il Signore del Mondo si sentiva afflitto. Qualcosa, nel corso dei
processi neurali del sonno, aveva turbato i canali della sua superiore
consapevolezza. Un fattore esterno che stranamente continuava a
percepire ancora adesso, attenuato, come l'eco remota di un sogno al
risveglio ovvero il sogno di un risveglio nell'eco del tramonto.
Qualcosa di alieno, di terribile…
Il
rumore costante di una avanzata implacabile, come una inarrestabile
cavalcata verso la fine condotta su destrieri di cromo, di acciaio e
d'argento. Il ritmo scandito dei passi delle belve furiose, il sibilo di
vapore del loro fiato mortale esalato da narici di drago con meccanica
costanza, il ruggito dei motori semiorganici che alimentano quei corpi
in progressiva decomposizione, spingendoli con la perseveranza di un
demonio programmata direttamente nel codice macchina. Incubi concreti di
metallo mutante e carne putrefatta che inesorabili si aprono la strada
attraverso i desolati territori della sua percezione…
Dentro di sé, vibrando sulle corde del suo animo, sente riecheggiare la
Voce nitida e familiare del suo Nemico.
"Mio
Signore, desideravi vedermi?" Una voce soave lo richiamò alla
realtà.
"Sì, mia diletta. Ancora una volta hai percepito i miei turbamenti…"
"E' per questo che esisto. La Tua felicità è la mia ragion
d'essere, la Tua beatitudine la condizione necessaria alla mia
estasi". Negli occhi della sua prediletta baluginò una fiammata di
sincero piacere.
"La tua presenza mi è di conforto, Ecate…" soggiunse
compiaciuto, ma nella sua voce continuava a vibrare la traccia
straniante della recente visione. "Senza di te la mia vita sarebbe
solo una routine alienante, mia cara. Tu sei il fulcro della mia
umanità residuale".
"Mio Signore, accondiscendere alla Tua volontà è imprescindibile
dalla mia natura".
"Questo non è tecnicamente vero, mia Ecate, per quanto fornisca
una descrizione confortante dell'affinità selettiva delle nostre due
anime".
"E' così, Mio Signore" lo rassicurò la voce carezzevole
della sua amata prima sacerdotessa. "E la Luce che sprigiona dai
Tuoi Occhi è l'Energia Vitale che riempie di Gioia il mio
Spirito".
Sull'onda solenne delle parole della preghiera, Lucifero tuffò tutta la
sua superiore consapevolezza nelle iridi di smeraldo della sua adorata
vestale. Quel corpo perfetto gli era perfettamente noto in ogni suo
frammento. La sintesi sublime che realizzava tra la carne e il metallo
racchiudeva nella sua esistenza il supremo mistero della Santa e Unica
Fede. La morbidezza delle umide carni irrorate dal sangue faceva da
contrappunto all'elastica stabilità dell'organometallo, e la vivida
caducità della sua natura digradava progressivamente nella letale
perfezione dell'inorganico, sconfinando nell'impossibile connubio della
transumanazione. Le sue linee di scansione neurale percorsero bramose il
reticolo percettivo del sistema nervoso della fanciulla, scivolando
lungo gli assoni nella rete dendritica. Scorrendo fameliche di gioia e
sublimi piaceri le veloci autostrade neuritiche della sua moglie
elettiva, si addentrarono sempre più a fondo nel buio impenetrabile di
tunnel infiniti di coscienza sensoriale. Nel cuore pulsante di umana
bramosia e desiderio di vita, nel suo intimo bisogno di immortalità…
Il lungo collo di Ecate, la dolce solidità delle spalle rinforzate
dagli innesti di metallo, le erogene escrescenze ossee in cui la forma
piana delle scapole si articolava verso una complessità di ordine
superiore, le estroflessioni che simili a cornucopie ricettive le
incoronavano la regale rotondità del cranio e il diadema di rubino
incasellato sulla fronte, evoluta interfaccia intuitiva sensibile ai
suoi stati d'animo. E poi l'eleganza invitante della vita snella, le
cosce inviluppate in un involucro di levigata pelle silicea e le
ginocchia sostenute da rotule perfette nella loro meccanica
funzionalità. La amò in ogni fibra del suo essere, parlando con la
voce suadente del suo desiderio ai diversi elementi di ibrida
non-linearità intessuti in quella semplice, celestiale armonia.
Tu sei la mia unica vera fonte di gioia, la sorgente primaria della mia
estasi, la ragione della mia esistenza e della mia perfezione. E io sono
la voce che parla direttamente al tuo cuore, il signore della tua mente
e della tua anima, l'irraggiungibile racchiuso nella tua superiorità,
il desiderio che si esprime attraverso gli sguardi e che sussurra piano
la sua priorità. Sono la divinità che è dentro di te, l'assoluto a
cui la tua anima anela, l'infinito a cui tende il tuo spirito. Sono la
tua prima emozione, e la tua ultima gioia. Sono il Tuo Signore e
Padrone, il tuo Padre, Fratello ed Amante. E il frutto stesso della tua
carne!
Un gemito soffocato emerse da labbra rosse ed umide. Dopo l'esperienza
della comunione, Ecate riaprì gli occhi e lo sguardo ancora sconvolto
dall'intimità elettrica appena condivisa cercò istintivamente il corpo
connesso al metallo del suo unico signore e padrone. Quando lo trovò,
il volto eroso dal cancro cibernetico era ancora una volta contratto in
una espressione di tesa meditazione. Ecate rimase in silenzio,
assaporando frammenti residui del piacere che aveva appena ricevuto in
dono.
Si rese subito conto che quella volta non era stata come tutte le altre.
L'Ombra
si presentò a rapporto con la puntualità di sempre. Nessun rumore
alimentò l'eco dei passi del messaggero: l'Ombra era uno spirito
evanescente, amalgama gassoso di ioni neuro-attivi trattenuti da una
trasparente membrana osmotica semipermeabile, l'ennesima variante della
vita partorita dal Giorno in Cui Tutto Cambiò. La sua inconsistenza e
leggerezza lo rendevano ideale come spia.
"Bentornato, mio fedele servitore" lo accolse il Signore
dell'Abisso, perfettamente consapevole dell'inutilità delle sue parole.
La scansione cerebrale era l'unico modo per instaurare con essa un
collegamento bidirezionale. L'Ombra, infatti, era priva di voce e di
udito, ma i suoi sensi alterati erano in grado di captare le emanazioni
psichiche correlate all'attività del cervello e di leggere le emissioni
ormonali dell'apparato endocrino. Queste capacità, combinate alla sua
innata fedeltà, lo rendevano un valido collaboratore del Sistema
Sensorio. "Quali nuove mi rechi con la tua venuta?"
Quattro cavalieri percorrono i tuoi territori con furibonda insistenza.
"Ne sono al corrente. Posso vederli con la mia mente. Cos'altro
puoi dirmi, sul loro conto?"
Sono diretti qui. Da te.
Il
Giorno in Cui Tutto Cambiò, Lucifero era caduto in fiamme dal cielo.
Nell'impatto l'angelo aveva perso la sua completezza e la sua
autosufficienza, ma la sopravvivenza alla morte aveva segnato di mistica
consapevolezza l'atrocità di quella esperienza. Dal contatto del suo
sangue con le pietre della terra era nata l'Ombra, che subito era
svanita incuriosita dalla novità dell'essere. L'Angelo Caduto, armato
solo della sua disperata sete di vita e di gloria, era riuscito a
rigenerare le sue membra mutilate nello splendore architettonico della
Fortezza.
Dapprima aveva sacrificato ogni superstite quantitativo energetico del
suo organismo nella ricerca di una duratura fonte di sostentamento.
Quando la scoperta di un bacino magmatico gli aveva consentito di
vincere la sua scommessa per la sopravvivenza, aveva avviato il progetto
più ambizioso della sua esistenza. Il suo folle genio aveva concepito
la Fortezza, un tripudio di forme e funzionalità che sintetizzava la
fusione tra l'organico e l'artificiale, un sogno di eternità che presto
si era affermato come nucleo senziente di un sistema alternativo
vagamente preferibile alla statica monotonia delle Sfere Superiori.
Lucifero aveva sublimato il suo corpo nell'essenzialità architettonica
della Fortezza. E poi aveva riversato la sua coscienza nel caleidoscopio
mutante della MegaStruttura.
"Seguo
con attenzione costante i progressi nel Piano Terminale, mio fedele
Leliel" la voce cavernosa di Lucifero risuonò profonda
nell'imponente cavità che ospitava il suo corpo innestato.
"E' un onore per me, Mio Signore, e uno stimolo a fare sempre
meglio" il suo Luogotenente era evidentemente suggestionato dalla
forza vitale che animava quel corpo mutilato e immobilizzato al centro
della sua gigantesca tela di membra ausiliarie e connessioni.
"Stiamo approntando gli ultimi dettagli, ormai. Ogni cosa è stata
predisposta secondo il Suo volere". Lucifero avvertiva
distintamente il fascino che la sua paradossale condizione esercitava
sulla mente del suo fedele primo servitore: impossibilitato ad ogni
movimento, reggeva da solo l'intero sistema. Leliel non sarebbe mai
riuscito a tradirlo, e tanto meno a deluderlo.
"Devo però chiederti di accelerare i lavori. La fiamma del tempo a
nostra disposizione è quasi esaurita, e per quel giorno voglio che il
mio popolo sia pronto ad affrontare degnamente la nuova alba".
"Sarà fatto, Mio Signore. Il nuovo giorno non ci coglierà
impreparati" assicurò Leliel. Poi prese congedo, e lo lasciò
solo, in balia del mare in burrasca dei suoi pensieri.
"Cos'è
che Ti affligge, Mio Signore?" La voce di Ecate era onestamente
partecipe delle sue sofferenze. Le rivelazioni dell'Ombra avevano
conferito una sinistra urgenza ai suoi oscuri presagi. La vicinanza
della sua prima sacerdotessa, in quei momenti di tribolazione, gli era
di insostituibile conforto. "Avverto con insistenza la Tua
inquietudine…"
"Inquietudine, già. Forze avverse stanno ultimando una minacciosa
congiuntura contraria al mio sogno…"
Ecate protese una mano verso il volto sfigurato di Lucifero. La
morbidezza di quella carezza strappò al cuore dell'Angelo Precipitato
un moto di ardente passione, che presto mutò in un ambiguo sentimento
di speranza. Possibile che proprio ora che stava cominciando a
raccogliere i frutti sudati del suo lavoro, godendo della meraviglia del
suo operato, Lui, proprio Lui, come un incubo invincibile o un'eterna
minaccia si ripresentasse con ostinazione e perseveranza degne di una
persecuzione!?
Maledizione! Avrebbe dovuto scrivere la parola fine a quella faccenda
quando ne aveva avuto l'occasione, battersi fino alla fine invece di
concedere una vittoria al suo nemico nella speranza di appagare in quel
modo la sua brama feroce. Aveva sperato, in quel modo, di sedare il suo
animo e ingannare l'eternità, intrappolando il suo desiderio in una
misera replica dell'antico fulgore celeste di cui era stato partecipe.
Aveva potuto illudere se stesso, ma non era riuscito a fare altrettanto
con il Tempo. E adesso il passato, puntualmente, si ripresentava per
riscuotere il prezzo dei suoi errori.
Adesso che aveva riscoperto in Ecate il valore della Speranza e di tutte
le altre virtù a cui credeva di aver rinunciato per sempre. Proprio
adesso! Lui…
"Cos'è che ti tormenta e non concede pace alla tua anima?"
insistette Ecate.
Facendosi sempre più cupo e spingendo ancor più a fondo nell'abbraccio
delle tenebre il suo umore, Lucifero ritrasse la pelle spessa e rugosa
del suo volto immondo al tocco della sua diletta sacerdotessa. "Il
futuro! L'incertezza del domani…" sospirò, poi si richiuse in un
ostinato silenzio.
Distacco,
ecco cosa avrebbe dovuto mantenere fin dall'inizio. Distacco dagli
eventi, dalle passioni, dai moti dell'animo. Distacco dalla vita e dalle
sue lusinghe, dall'eternità e dai suoi splendori, dalla carne e dalle
sue concessioni. Distacco dal mondo e dal cielo. Distacco da tutto.
Ma ormai era tardi…
Il rumore dei passi dei destrieri echeggiava sempre più vicino, sempre
più minaccioso. Presto avrebbe conosciuto il prezzo da pagare per tutti
i suoi misfatti…
Sono
giunti. Sono qui.
E con loro infine era giunto anche il suo momento.
Vogliono vederti. La voce dell'Ombra penetrò ronzante nei suoi circuiti
neurali.
Avrebbe voluto rinviare, se possibile, quell'evento improcrastinabile.
Ma evidentemente non c'era più niente che potesse evitargli quella
scomoda incombenza. E dire che nelle ultime ore, dopo avere constatato
l'attenuazione progressiva, spintasi addirittura fino al silenzio, dei
segnali di feedback raccolti dal sensorium della MegaStruttura e
filtrati dal suo istinto di pattern recognition, era quasi approdato
all'illusione che tutta quella faccenda non fosse stato altro che un
misero errore di valutazione partorito dalla fonte inesauribile della
sua paranoia. Con ogni probabilità, adesso, si riscopriva a fare i
conti con gli effetti della sua imperfezione.
Sono quattro e sono venuti per te, ribadì il concetto l'Ombra, se mai
ve ne fosse stato bisogno. E poi evaporò, probabilmente dislocandosi
senza discriminazione nell'impianto nervoso della Fortezza: una
fluttuazione di stati in propagazione verso la periferia del sistema,
libera di materializzarsi ovunque l'infrastruttura potesse garantirle
supporto. Quell'idea di una possibilità di fuga, che per quanto remota
gli era concessa in virtù del suo rango e della sua necessità, non
bastò a sventrare le spire di cupezza che si erano chiuse attorno alla
sua anima in un abbraccio invincibile. Anzi: se possibile era riuscita a
provocargli un disagio ancora maggiore, in virtù della consapevolezza
della sua inutilità. Perché ciò che era concesso a lui, non era
concesso alla sua gente. Perché se lui avrebbe sfruttato la sua via di
fuga, Ecate sarebbe stata perduta.
I Quattro Cavalieri - ciascuno alla conduzione del proprio personale
impero privato di morte e distruzione ispirati da fame, pestilenza,
guerra o dai più subdoli metodi di eliminazione codificati nelle epoche
a livello organico, chimico, tecnologico o virale - alla fine erano
giunti da lui. Penetrate le disperate barriere del suo regno con una
facilità che li aveva resi invisibili ad ogni forma di rilevamento che
non fosse quella schiettamente aliena della fedele Ombra, avevano
raggiunto la loro meta. Reprimendo un intimo moto di ribrezzo, Lucifero
squadrò i messaggeri. Ronfando ed esalando aliti di mefitici miasmi, i
loro ibridi destrieri si chetarono. I cavalieri puntarono sguardi
infuocati sulla mole dell'Angelo Caduto innestato nella struttura
uterina della sua camera di sostentamento, inviluppato nell'abbraccio
dei cavi che provvedevano al suo mantenimento in vita consentendogli di
esplicare le funzioni di governo. Vestivano corazze d'argento scolpite
con gli incubi delle loro gesta. Nei loro occhi affilati come lame di
spade, il Signore dell'Abisso lesse tutto l'orrore e il disgusto di cui
la sua visione era fonte.
"Avete percorsa molta strada" esordì Lucifero, con voce ferma
e decisa, il tono controllato per sopprimere ogni accenno alla sua
inquietudine interiore.
"Tutta la strada necessaria" replicò Peste, impassibile.
"Dovrete essere stanchi" suppose Lucifero.
"Non particolarmente" lo rassicurò Fame. "Affamati,
quello sì, se mi è concesso…"
"Siete giunti fin qui per recapitarmi un messaggio, immagino"
proseguì Lucifero.
"E' così, Signore" gli rispose Guerra.
"Parlate dunque, se siete qui per parlare" impavido, Lucifero
lanciò la sua sfida. "Altrimenti portatemi pure da Lui, sono
pronto a morire per quello in cui credo!" Nell'antro uterino,
quell'affermazione di volontà riecheggiò feroce e disperata come una
sciabolata sferrata contro le mani di un nemico protese su quanto avesse
di più caro. "Non mi lascerò intimorire dai Suoi subdoli metodi.
Non accadrà mai!"
"Nostro Signore" soggiunse Morte, chinando il capo riverente,
"abbiamo assolto al nostro incarico. Il Tuo nemico è vinto,
l'impostore è battuto per sempre. Le Sfere Superiori attendono il Tuo
Eccelso Ritorno!"
Lucifero sente il ritmo delle sue pulsazioni rallentare fino quasi a
spegnersi: eppure il suo cuore meccanico sta pompando linfa vitale ad
una frequenza maggiore, cercando di fronteggiare il turbine caotico di
emozioni sprigionato da quella rivelazione insospettata. Dunque era
quella la missione dei Quattro Cavalieri? Erano suoi messi, suoi fedeli
esecutori di ordini, e non ostili nemici da avversare e distruggere? Le
loro parole glielo confermavano. Erano tornati per liberarlo dalla sua
prigione: il tempo dell'esilio era giunto all'epilogo. Ma cos'era stata,
allora, quella Voce che aveva sentito echeggiare nella notte della sua
anima? Perché non ricordava nulla dell'incarico che aveva affidato alle
Quattro Ali dell'Impero? Del suo Impero? E quella voce…
Poteva essere che era stato tutto un sogno, una vaga illusione. Oppure
tramite l'opera spietata e inesorabile dei suoi esecutori aveva
definitivamente sconfitto la sua nemesi e poi, per un oscuro scherzo del
destino, aveva finito con l'assorbire dentro di sé il suo ultimo fiato
di vita, la sua Voce! Non avrebbe potuto dirlo con certezza, ma era una
spiegazione plausibile.
Tutto era pronto, ormai. Lucifero si scosse dalle sue elucubrazioni e si
apprestò a seguire i suoi ritrovati luogotenenti. Avrebbe finalmente
fatto ritorno al suo mondo, e lasciato ai suoi figli l'alba di un nuovo
giorno. Con loro sarebbe rimasta Ecate, che adesso in grembo custodiva
lo spirito in embrione del loro nuovo condottiero.

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