Racconto Horror: "Anguille" di Domenico Nigro

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"...chi sarà vincitore, 
farollo colonna del tempio del mio Dio, 
e non ne uscirà più fuora; 
e sopra di lui scriverò il nome del mio Dio, 
e il nome della città del mio Dio 
e il nuovo mio nome..."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maurizio si svegliò. Aveva sete. Bevve una sorsata dalla bottiglia sul comodino, ma era calda da fare schifo. Avrebbe bevuto volentieri dell'acqua dal frigo, ma lì dentro c'erano quelle bestiacce schifose, quelle anguille viscide che sua moglie aveva comprato al mercato del pesce. Lei adorava quella porcheria. L'indomani, rientrando dal turno di pulizie notturne al supermercato, le avrebbe decapitate, ripulite delle interiora e cucinato la sua deliziosa frittura, mentre quelle, ancora vive, ridotte a tocchetti, si contorcevano nella padella un pezzo contro l' altro, nello sfrigolio dell' olio sul fuoco. 
Si riaddormentò, sprofondando in un sonno inquieto popolato di incubi dalle forme sinuose e striscianti. Si risvegliò più tardi e aveva la nausea. Si mise a sedere in mezzo al letto, fissando il vuoto. 
Mentre le sue pupille si abituavano all'oscurità, si accorse che una testolina nera e lucida, con occhietti indescrivibilmente malevoli, lo fissava, mentre la spirale di un corpo serpiforme, altrettanto nero e viscido, si srotolava sulla sua gamba e si allungava repentinamente sulla coscia. 
Maurizio, gli occhi sbarrati dal terrore e dal ribrezzo, scalciò liberandosi da quella cosa immonda, e istintivamente si ritrasse a sedere sul cuscino, appoggiando le mani agli angoli del materasso. Immediatamente le ritrasse, gemendo, gli occhi fuori dalle orbite. Le aveva appoggiate su un intrico di quel viscidume orripilante. Il letto, il pavimento, erano tutto uno strisciare di anguille, le piccole fauci spalancate, le rosse gengive scoperte a mostrare miriadi di piccoli denti aguzzi, pronte a mordere la loro vittima. 
Un orrore ancestrale spinse Maurizio a lanciarsi giù dal letto, calpestare quelle serpi molliccie e scivolose e scappare via. Liberò un potente conato di vomito, mentre continuava a scivolare e rialzarsi, e quelle cose immonde lo mordevano a ripetizione. Non riusciva a tenere la bocca chiusa per il grande spavento, non riusciva a coordinare i movimenti. 
Appena fuori della camera da letto, sulla destra, trovò il bagno e vi si lanciò dentro, spalancando la porta con tutto il peso del corpo. Istintivamente la chiuse, sbattendola e appoggiandovisi contro. A tentoni cercò l' interruttore della luce, trovandolo dopo qualche istante. Lo premette, ma la lampadina si fulminò esplodendo in un botto che lo fece trasalire, accelerando ulteriormente i battiti del suo cuore. 
Restò fermo un istante a osservare il pavimento, illuminato dalla flebile luce della luna che filtrava dalla finestra. Accertato che non c'era traccia di quelle immonde bestie, sentì l'impellente bisogno di svuotare la vescica. 
Raggiunse il water e tirò fuori l'arnese giusto un attimo prima di pisciarsi addosso. Mentre urinava, il piacevole senso di sollievo che si prova liberando una vescica troppo piena lo fece rilassare un minimo. Ma neanche il tempo di assaporare quell'attimo, e un dolore folle ai testicoli lo fece latrare come un animale ferito. Una di quelle nere mostruosità era uscita dal water, chiudendo le piccole fauci irte di dentini appuntiti su parte dei genitali. Impazzito di dolore e terrore, Maurizio se la strappò con le mani, che scivolavano ripetutamente su quel corpicino viscido. Contemporaneamente, altre anguille fuoriuscirono dal water scivolando a terra e arrotolandosi sulle caviglie. 
Mentre perdeva il lume della ragione, urlando come un ossesso, fuggì dal bagno, percorrendo il corridoio scivoloso come un pantano. Giunto nella cucina si bloccò, ipnotizzato dalla luce che proveniva dal frigo aperto. Un sorriso ebete fece capolino sulla sua bocca, mentre la massa oscura e scagliosa di quell'essere demoniaco terminava di scivolare fuori dal freezer, una risata demente scoppiò fragorosa mentre quella testa lucida di anguilla mutante, a metà strada tra una vipera e una donnola, si introduceva nella sua bocca, scivolando giù giù attraverso le anse dell' intestino.

La moglie di Maurizio tornò a casa puntuale alle sette del mattino. Aveva già in mente il programma della giornata: avrebbe riposato qualche ora e poi si sarebbe dedicata a cucinare la sua passione: la frittura di anguille. Posò le chiavi di casa sul tavolino dell' ingresso e chiamò il marito. Nessuna risposta. "Sarà chiuso nel cesso",  pensò, "come al solito, a leggersi il giornale". 
Controllò con premura che il suo prezioso cartoccio fosse ancora nel freezer, non si sapeva mai, suo marito odiava le anguille. Tutto a posto, erano lì, nella loro tomba di ghiaccio. "Figurarsi, quel coglione non avrà avuto neanche il coraggio di aprire il frigo per prendersi da bere".
Entrò in camera da letto. Dormiva. Ma in che strana posizione, poi. Tutto rannicchiato. 
"Ma perché si tiene il petto? E quella bocca aperta?".
"Maurizio?!? Oh Cristo, cos'è quella faccia viola?!?".

 

 

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