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LA VERA CASTLE ROCK E' A BOLOGNA

Intervista a Gianfranco Nerozzi, lo Stephen King italiano, in libreria col nuovissimo romanzo "Genia"

(Dom): Gianfranco, Carlo Lucarelli ti ha definito "…il più sanguinario degli scrittori noir, il più romantico degli scrittori horror…". Ma tu ti senti più scrittore noir o horror?

(Gianfranco Nerozzi): In fondo la differenza è solo una questione di profondità, perdonami il gioco di parole. Scrivere horror vuole dire penetrare direttamente nelle viscere dell'anima, quindi raggiungere la sorgente stessa delle emozioni, della paura. Ed è un efficace modo per indagare su quello che siamo, sul perché delle cose. La componente fantastica, poi, permette di usare metafore e simbolismi in un modo molto più determinante. La fantasia può essere sfrenata e il senso di libertà che ne scatirisce ci rende in grado di scappare dalle gabbie che ci opprimono giorno per giorno.
Quindi sì: io mi sento molto horror, oltre che romanticamente sanguinario.

(Dom): hai curato l'antologia di racconti horror "In fondo al nero" (Mondadori), esperimento coraggioso da parte di una grande casa editrice, in un Paese dove l'horror si chiama solo King, qualche volta Barker e nei casi più estremi anche Lovecraft. Le attese, secondo te, sono state soddisfatte?

(Nerozzi): Ritengo che l'antologia sia venuta molto bene. I racconti sono tutti belli. L'esperienza è stata faticosa da affrontare, ma anche molto esaltante. L'impostazione che ho cercato di darle si è rivelata per certi versi originale e a detta di molti: appassionante. Mi sarebbe piaciuto riuscire a portare quel tipo di operazione molto più in alto. La mancata pubblicazione negli Oscar, ne ha però decretato la fine sul nascere. Solo un mese in edicola e poi il libro è scomparso nel nulla. In questo senso le mie attese non sono state soddisfatte. Le direttive editoriali spesso seguono logiche perverse su cui diventa difficile intervenire. E non è bastata la presenza di tanti nomi illustri e famosi. La porta che si voleva aprire si è solo socchiusa e poi ha fatto sbamm! e si è serrata di nuovo. Peccato.

(Dom): secondo te, uno scrittore dilettante fa bene a rincorrere le sirene dei concorsi letterari on line (soprattutto quelli a pagamento, come il Premio Lovecraft)?

(Nerozzi): Può essere un modo per cominciare a farsi conoscere. Ma anche per misurarsi con se stessi. Partecipare ad un concorso, provarci, ti permette di trovare un forte imput di scrittura. E questo è positivo al di là della possibilità di vittoria.

(Dom): credi nella validità dei cosiddetti "manuali" o "prontuari" di scrittura?

(Nerozzi): Intanto bisogna vedere quali manuali. Ce ne sono di validi e ce ne sono di scadenti. L'interrogativo potrebbe essere: è possibile imparare a scrivere? Io sono docente alla scuola Incubatoio di Carlo Lucarelli e insegno in molti laboratori di scrittura creativa, sia per adulti che per ragazzi e anche per bambini, e quello che si cerca di fare, quello che si riesce, è trasmettere un'esperienza, spiegare una tecnica. Però, la cosa più importante è la ricerca della voce, del grido, della febbre. Cose che vanno oltre la possibilità di diventare scrittore professionista. Il desiderio d'espressione e di comunicazione in un'epoca in cui sembra che tutto sia in qualche modo connesso, collegato e codificato, lascia scaturire una solitudine sottile e dolorosa che rende grottescamente difficile interagire con gli altri e con se stessi. Una scuola o un manuale di scrittura possono servire a farti capire quali mezzi si possono adottare per evocare uno stato di emozionalità. Poi, certo, se uno ha talento, ascolta, legge, impara le diverse liturgie e, su quello che gli resta impresso, e su quello che invece dimentica, costruirà il proprio manuale personale.

(Dom): perché un lettore dovrebbe acquistare il tuo nuovo romanzo "Genia" edito per Dario Flaccovio Editore, piuttosto che il nuovo "La canzone di Susannah" di Stephen King?

(Nerozzi): Beh, perché io sono molto più carino di Stephen King…
A parte gli scherzi: io consiglierei entrambi. King è King, il maestro, forse uno dei migliori scrittori di tutti i tempi e non voglio certo competere con lui, ci mancherebbe altro! Genia però è roba nostra. Nel senso che è un prodotto made in Italy. E se questo un tempo era considerato discriminante, adesso è diventato motivo valido per una prima scelta. Genia rappresenta l'inizio di una saga hororr che avevo in mente da tempo e che avevo già iniziato nascostamente con il romanzo Cuori perduti, vincitore del Premio Tedeschi per il miglior giallo dell'anno nel 2001. Sono previsti altri tre seguiti per completare una… quintologia: ma si dice così? Genia è stato come una sorta di espulsione a raffica. Premeva per uscire ed è uscita: pensa che l'ho scritto in un mese: trecento pagine assolutamente partecipate, come se fossi in trance. E' una trama affascinante dove s'intrecciano molti generi: fantascienza, giallo polizesco, thriller. Mi sono ispirato esteticamente ai chiaroscuri dei quadri del Caravaggio: tanto più il nero è profondo, tanto più la luce è abbagliante. Poi ci sono considerazioni religiose e filosofiche. Atmosfere struggenti che si altenrano a scene di violenza inaudita, come sempre cerco di fare. Una sorta di risposta italiana a X-file e Millennium con una strizzata d'occhio all'Esorcista e una colonna sonora accattivante.

(Dom): cosa si potrebbe fare affinché i libri di Arona, Nerozzi, Baldini in libreria saltino più facilmente all'occhio rispetto a King, Patterson e Deaver?

(Nerozzi): Basterebbe semplicemente che i librai li esponessero in vetrina, oppure nei primi scaffali. Invece capita spesso che qualcuno vada a cercare un mio libro e non lo trovi, così che alla fine deve ordinarlo, una trafila che può fare solo uno seriamente appassionato. Quindi: figuriamoci… altro che salto nell'occhio!

(Dom): in Rete esiste una generazione di autori horror underground notevole. Pensi che internet sia un valido mezzo per mettersi in luce?

(Nerozzi): E' senz'altro un mezzo alternativo. Un modo per comunicare quello che scrivi alla gente. Il libro è un'altra cosa però.

(Dom): come è stata la tua fase di scrittore dilettante? Come hai fatto a importi alle grandi case editrici?

(Nerozzi): Gradualmente, ovvio. Poi grazie a una buona dose di fortuna. Aiutato e spinto da una passione incontenibile.
Dopo aver fatto il batterista in un gruppo rock per oltre dieci anni, dopo aver abbandonato la carriera musicale come autore e compositore; appese le bacchette e gli spartiti al chiodo, mi ritrovai, spinto da un impulso irrefrenabile a scrivere un romanzo horror per partecipare a un fantomatico Premio Tolkien per la narrativa fantastica. Non sapevo nemmeno bene cosa stavo facendo. Sai quelle cose che le fai ma che non capisci, ma comunque continui lo stesso?, era come se ci fosse qualcuno che mi guidava: follia predestinazione, il daimon che bisbiglia… Non so se hai letto il Codice dell'anima di Hillman…Era come se, giunto a quel punto della mia vita, occoresse una svolta, dovevo cambiare strada. Scrissi, con una macchina da scrivere Olivetti anteguerra, quello che in seguito diventò L'urlo della mosca. Non vinsi ma venni convocato dal presidente della giuria: Gianfranco De Turris, il quale mi disse che avevo talento e che secondo lui avrei dovuto riscrivere il romanzo. Tornai a casa eccitatissimo e comprai subito un computer e iniziai a fare le cose sul serio. L'anno dopo ripartecipai al Premio e vinsi. Poi arrivò quasi subito la prima pubblicazione con il romanzo Ultima pelle, firmato con lo pseudonimo Frank J. Crawford. L'avventura è cominciata così. In seguito ci fu l'incontro con Lucarelli e gli altri scrittori del gruppo 13: Baldini, Rigosi, Macchiavelli, Fois…Tutto il resto è storia, anzi, meglio: tutto il resto sono solo storie, tante: partecipate, senza remissione, espulse e condivise. In un certo qual modo, allora nacque un movimento, nel senso di qualcosa che riesce ad agitare, le acque e tutto il resto. La letteratura di genere nostrana è cresciuta così tanto in tutti questi anni, e si è aperta un varco a forza, una breccia. Dentro lo spazio che si è venuto a creare, ci siamo tutti noi scrittori, che cresciamo e che aumentiamo.

(Dom): il tuo romanzo, bellissimo, "L'urlo della mosca" ha dimostrato che non esiste solo il Maine di Stephen King, anche Bologna può diventare luogo di eventi terrificanti. Forse l'Italia, come terra di misteri, è ancora troppo sottovalutata…

(Nerozzi): Il gotico è nato qua da noi, non dimentichiamolo. E l'Italia è sempre stata terra di mistero. Ma c'è qualcosa di molto più importante da considerare.
Pensa che nella prima versione de l'Urlo della mosca, l'ambientazione non era definita del tutto. Era italiana ma ipotetica, una città così… che non era riconoscibile. Poi Luigi Bernardi, che allora dirigeva Granata Press e che doveva pubblicare il libro, mi propose di ambientare la vicenda a Bologna, di renderla davvero italiana, nostra, mia, rendere delle atmosfere vere che tutti vivono e conoscono. Io lo presi in parola e andai in giro per la mia città a scegliere le nuove location dove ambientare le scene del romanzo, proprio come fa un regista cinematografico. Bernardi aveva ragione. Così il romanzo ha assunto più forza, ed è diventato verosimile che potesse esistere un contagio demoniaco nella dotta e grassa città dei tortellini. Il contrasto che si è venuto a creare ha aumentato la potenzialità emotiva dell'intreccio. Insomma è diventata una storia di maggiore impatto, proprio grazie all'ambientazione rigorosa e nostrana. Se vogliamo parlare d'interiorità, l'ho ribadito più volte, occorre restare vicini, vicinissimi. Occorre provare a restare noi stessi. Senza paura di aver paura.

(Dom): si narra che la favola di Pollicino, e William Peter Blatty col suo "L'esorcista", abbiano avuto una notevole influenza su di te, da bambino…

(Nerozzi): La favola di Pollicino la cito sempre per far capire come la storia orrorifica per bambini abbia da sempre esercitato la sua catarsi contro le nostre paure. La maggior parte di noi ha avuto il suo battesimo horror proprio con una fiaba. Pollicino, Cappuccetto rosso…
Poi per me c'è stato l'Esorcista, sì.
Avevo dodici anni, ero in vacanza in riviera in un posto che si chiama Gatteo a mare e vidi in un'edicola questo volume con la copertina cartonata, dove era rappresentata una bambina sullo sfondo di un volto demoniaco. Comprai quel libro, iniziai a leggerlo sdraiato sotto l'ombrellone e precipitai in un inferno. Il contrasto fra luce e buio, l'indagine introspettiva del male per raggiungere uno stato di redenzione. Cominciai a capire un nuovo senso delle cose e un piccolo seme si depositò dentro di me. Il seme poi è germogliato con i risultati che sappiamo. Positivi o negativi, ma comunque sinceri. Così, dopo dieci romanzi pubblicati, è uscito Genia, l'undicesimo. E l'11 è il mio numero preferito. Speriamo che la cabala porti bene.

(Dom): una dedica agli utenti di The Gate/il Cancello?

(Nerozzi): Posso dedicare solo parole, dentro respiri e battiti.
Per tutti gli esploratori del buio, oltre la chiusura della gabbia.

(Dom): grazie, Gianfranco. E in bocca al lupo per "Genia", il tuo nuovo romanzo.

(Nerozzi): Grazie a te Dom. E crepi il licantropo!

 

 

Domenico Nigro


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