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Ottobre 2004
Sacchetti è disponibile sul nostro Forum per domande e curiosità SECONDA PARTE
(Fabio Pazzaglia): In merito alla questione delle sceneggiature non accreditate, quali Zombi 2 (firmata da Elisa Briganti), Dèmoni, Dèmoni 2 e La Chiesa, puoi spiegarci come si sono svolti i fatti? Dei gialli, Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer (che presenta un delitto in ascensore ripreso pari pari da Brian De Palma nel più noto Vestito per uccidere) e Sette orchidee macchiate di rosso, hai realizzato solo il soggetto o anche la sceneggiatura? (Dardano
Sacchetti):"Il nostro è uno strano
paese. In America ci sono regole rigide. Firma chi ha scritto l'ultima
versione e deve aver scritto materialmente almeno il 33%, sono capaci di
contare le pagine. ZOMBI II
DEMONI
DEMONI II
LA CHIESA
(F.P.): E' stato recentemente trasmesso in tv il giallo di Fulci 7 note in nero (titolo di lavorazione "Terapia mortale"), la sceneggiatura è accreditata a Te, Gianviti e Fulci stesso. Puoi svelarci alcuni retroscena del regista? Il tuo primo lavoro realizzato con Fulci come lo ricordi? Quali sono gli apporti del regista in fase di sceneggiatura? (Sacchetti):"Era il 1975. Avevo scritto "Roma a mana armata" che ebbe un successo clamoroso ed era veramente ben scritto, tanto che Lenzi, per riconoscermelo, non mise la sua firma come fatto tutti i registi. Il film fu visto dall'avvocato Todini, che avevo conosciuto quando avevo il contratto con Dino. Loro stavano cercando di mettere in piedi un giallo con Fulci tratto da un romanzo di Vieri Razzini "Terapia mortale". Erano fermi da tre o quattro mesi. Non avevano prodotto neanche una riga scritta. Ogni settimana facevano una riunione e parlavano rassicurando i produttori. Fui imposto come esperto di "argentismo", ma Fulci mi accolse con molto sospetto, diceva che ero la spia dei produttori, ma soprattutto non mi capiva. Lui, allora, amava la "vecchia", ovvero Agatha Cristie, e insieme a Gianviti si spacciavano per grandi costruttori di trame. Gianviti, col quale ci fu un’ istintiva simpatia, mi consigliò di stare zitto e aspettare che Fulci cavasse le castagne dal fuoco. Roberto era una persona adorabile ma semplice, aveva scelto per se il ruolo di sceneggiatore gregario, ovvero portatore d'acqua del regista e veniva ricompensato da Fulci con una certa fedeltà perche se lo portava sempre dietro. Si facevano riunioni tutte le mattine, dalle dieci a mezzogiorno, poi il pomeriggio dalle quattro alle cinque e mezzo; dopo Fulci andava in giro per night in cerca di innocenti avventure. Si faceva chiamare il capitano per via di un berretto blù che portava quando andava a vela sul lago di bracciano. Durante queste lunghe ore, Fulci fumava la pipa, Gianviti fingeva di prendere appunti io smaniavo. Si passava su un "corda" come diceva Steno quando bisognava buttare dalla finestra chi aveva detto una cazzata, a "non vedo il lepre" (frase preferita di Fulci quando voleva dire non vedo il film e quasi sempre aveva ragione). Il guaio era che il romanzo di Razzini non offriva quelle cose che voleva Fulci e che volevano anche i produttori. Dopo un paio di mesi, forse anche tre passati a grattarci, quando i produttori stavano per licenziarci, Fulci ebbe la genialata: andò dai produttori e disse loro che il romanzo faceva schifo, ma che lui aveva una idea grandiosa. Quelli abboccarono. Gianviti cominciò a snocciolare una serie di film famosi da copiare (sic! si faceva così spesso). Fulci, che fingeva di essere cinico, ma in realtà era molto sensibile al sovrannaturale, aveva un teorema: che non si può andare contro il destino, che se il destino dice che ti deve accadere una cosa quella cosa accadrà inesorabilmente. Io, a mò di scommessa, gli dissi che si poteva aggirare il destino. Lui rispose che era impossibie. Io mi presi mezza giornata, e il giorno dopo gli raccontai il meccanismo del muro e dell'orologio che suona. Gli Piacque subito, Lucio capiva al volo quando una cosa funzionava. Scrissi un trattamentino in meno di cinque giorni, avemmo l'approvazione e scrivemmo la sceneggiatura, ma una volta consegnata ai produttori, per motivi che non ho mai capito, dissero di no. Fulci la prese, la portò altrove e trovò una nuova produzione in meno di un mese. Fu un periodo molto faticoso. Per sei, sette mesi tutti i giorni a casa di Fulci non a ragionare di cinema come piaceva a me, o a Dario, o Lamberto, ma a parlare in modo vecchio, da anni 50 con persone che non andavano più a cinema e non conoscevano le nuove tendenze. Fulci era molto "arrogante". Io gli rispondevo per le rime e quando il film finì, per me fu motivo di sollievo, tanto che quando tre anni dopo ci fu zombi 2 preferii restare nell'ombra protetto da mia moglie. Non si lavorava bene. Ma era il metodo in voga allora. Se guardate le sceneggiature degli anni 50 vedrete che sono firmate da cinque, sei, sette anche otto persone. Si chiudevano in un albergo. Nessuno scriveva perchè non avevano dimistichezza con la penna, ma si facevano grandi racconti. Si prendevano appunti e le scenaggiature erano (a volte anche adesso) più che altro degli appunti con una lista dialoghi". (F.P.): Cosa ricordi del progetto La casa con la scala nel buio (1983) di Lamberto Bava? Sul set era presente, in veste di attore, il futuro regista Michele Soavi. Durante la lavorazione del film, il tuo ruolo era attivo (voglio dire: eri presente sul set?)... (Sacchetti):"Il produttore Martino aveva comprato una bellissima villa con un bellissimo parco nel cuore di Roma, per recuperare dei soldi l'aveva affittata al suo ex organizzatore che l'ha usata come uffici e set per il film Zora la vampira (quello voluto da Carlo Verdone, n.d.a.). Un giorno Martino mi chiamò e mi disse che aveva una villa e voleva girare un film a basso costo tutto dentro la villa. Me la fece vedere e mi chiese di scrivere una storia. Si trattava di affrontare una di quelle sfide nelle quali, poi, mi sono specializzato di fare le nozze coi fichi secchi. Il problema è che spesso ai bassi budget si accompagnavano, mentre si girava, dei prelievi indebiti. Qui bisognerebbe aprire una parentesi sui registi. Gli autori sono quelli che difendono il copione e soprattutto il film. I mestieranti sono quelli che subiscono le violenze economiche dei produttori, sperando di continuare a lavorare se chiudono un occhio, senza rendersi conto che si danneggiano e basta. Per questo Dario è un autore, non solo per la sua visionarietà, ma perchè difende la sua opera. Comunque, quando consegnai la sceneggiatura Martino mi disse che non aveva un regista. Lamberto era un mio amico. Dopo Macabro (opera d’esordio ufficiale di Lamberto, n.d.a.), che non era malvagio, non aveva avuto fortuna. Era tornato a fare pubblicità. Io suggerii a Martino il suo nome e Martino fu subito d'accordo. Il film entrò quasi subito in preparazione. Andavo spesso sul set perchè la sceneggiatura era costruita su quella casa e bisognava adattarla momento per momento. Conobbi Michele Soavi che, durante le pause, riparava la sua Triunph dolomite e faceva pesi con una sbarra infilata in due bidoni pieni di cemento. Lui aveva fatto un film con Deodato, dove Lamberto faceva l'aiuto. Credo che fosse il film su Atlantide (I predatori di Atlantide, n.d.a.), film molto sfortunato a causa dei produttori che si erano avventurati in un genere a loro sconosciuto. Era obiettivamente un film non riuscito a cominciare dalla storia. Al contrario, considerando che La casa con la scala nel buio costò meno di duecento milioni, quello fu un piccolo miracolo. Gli mancava poco, come spesso accade ai film di Lamberto, per essere di categoria superiore. Solo con Dario che lo sprona a dare il meglio, Lamberto fa vedere le sue qualità, anche se è debole nella scelta del cast e nella direzione degli attori".
FINE SECONDA PARTE
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